Con un pò di ritardo sulla tabella di marcia riprendiamo come promesso la passeggiata intorno alla categoria del vuoto. Nelle settimane precedenti abbiamo guardato il vuoto come spazio all'interno del quale si genera la vita, poi abbiamo considerato il vuoto all'interno della relazione diadica come la dimensione che permette l'esistere dei due soggetti nella possibilità di creare, generare, approssimar-si. Oggi la riflessione sul vuoto viaggia sui binari della genitorialità, ovvero, guarderemo ad esso in relazione al figlio. Il vuoto del figlio che si è desiderato e non è arrivato, il vuoto del figlio che si è scelto di non avere e, infine, il vuoto del figlio che prende la sua strada abbandonando il nucleo familiare d'origine. Duccio Demetrio e Francesca Rigotti scrivono nell'introduzione al testo 'Senza figli - una condizione umana' che "essere senza figli, dopo averli avuti o da sempre, credere di aver trovato le soluzioni alternative segna non poco il nostro modo di pensare, di amare nonostante tutto, di attendere la morte".
Del vuoto del figlio che se ne va per sempre - più generalmente del vuoto legato alla morte - parleremo settimana prossima, ché mi pare meriti uno spazio a parte.
Sul procreare, il generare prole che rimanga testimonianza del nostro passaggio, sulle responsabilità, le paure, le difficoltà e le trasformazioni importanti cui questo rimanda si potrebbero dedicare settimane, mesi, anni oserei dire, di riflessioni e studio. Qui naturalmente ci concederemo solo una bozza di domande sull'argomento, che sono molte, si affastellano una sull'altra, tutte legittime, e come sempre non si cercherà di darvi risposte ma solo stimoli alla riflessione.
Le prime, in quanto donna senza prole, che mi vengono in mente sono: quando e quanto un figlio viene desiderato per colmare, riempire un vuoto fisico, psichico, emotivo? Quando e quanto si anela alla genitorialità come condizione necessaria all'accettazione ed all'approvazione da parte della società in quanto membri di essa? "Saremo considerati ancora adulti dimezzati, non avendo ottemperato alle convenzioni sociali, alla missione genetica?" Quando è scelta consapevole, la genitorialità/non genitorialità, e quando invece è ripiego?
Ma soprattutto, cosa farne di quella sensazione di vuoto o svuotamento per ciò che non è stato colmato e vissuto e ciò che dopo essere stato a lungo vissuto se ne va? Dove e come condurrà lo spaesamento per questo progetto non compiuto o volto al termine?
Possiamo rimanere "eternamente figli di noi stessi, incapaci di diventare genitori della nostra sofferenza", oppure possiamo scegliere di approfondire la conoscenza, la consapevolezza del nostro sentire che orienta le nostre scelte. Ma possiamo anche rimanere "donne e uomini a metà. Si è tali quando i figli non li abbiamo, o quando facciamo finta che la cosa non ci riguardi. Se altri campi del sapere, come investiti di un compito ragionieristico, si accontentano di registrare i fenomeni dell'esistenza, di medicarli e metterli a tacere, la sensibilità filosofica contesta tutto questo. Si rivolge a coloro che nella critica, nel dubbio, nella coscienza di esserci vedono una condotta virtuosa che tante altre ne riassume. Da perseguire all'insegna di nessun altro tornaconto che non sia una maggiore consapevolezza di esistere".
Demetrio e Rigotti chiudono con queste parole che sento di sposare: "i sentimenti provati verso l'assenza dei figli [...], lungi dal contrarre o annichilire la vita emotiva, l'espongono a possibilità nuove del sentire, a domande di significato inusuali. Questo è il nostro auspicio. L'aprono a scoperte completamente ignote agli stati d'animo e mentali di pienezza, di sazietà, di tranquillità, di compiutezza che l'esistenza sa donarci. [...] purché, dinanzi ad ogni epilogo, abbia il sopravvento la generatività dell'inizio, seppur dolente, nelle forme che riusciremo a trovare".
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