Il giorno dopo vorrei dire qualcosa anch'io.
Il giorno dopo sento il desiderio di espormi su qualcosa di tanto intimo quanto lecito come il desiderio di vivere e/o morire.
Lo faccio in virtù della libertà di espressione innanzitutto, nel rispetto della mia e delle altrui idee.
Lo faccio in quanto cittadina italiana che si assume la responsabilità della propria vita.
Lo faccio in quanto pedagogista, ossia, professionista che ha scelto di lavorare con l'Altro, per l'Altro.
Prima alcune premesse.
Numero uno. Amo profondamente la vita, mi impegno a rispettarla in ogni sua manifestazione, la vivo appieno, godendo di ogni singolo, prezioso, irripetibile istante; la difendo e la sostengo con gratitudine e consapevolezza. Mi sento fortunata perché sono viva e perché sento forte il sentimento della vita.
Numero due. Nonostante il retaggio cattolico e la scelta della filosofia buddista, credo di poter sostenere di essermi costruita, negli anni, una morale secolare, scevra - per quanto possibile, sganciata - per quanto ne sia cosciente, da dogmi e rigide regole pre-strutturate, suggerite, date.
Numero tre. Il profondo e permanente lavoro avviatosi qualche anno fa concernente l'apertura all'esistenza in ogni sua forma ed espressione, mi ha permesso e mi sta permettendo di guardare e accogliere tanto la gioia quanto la sofferenza, tanto la soddisfazione quanto la frustrazione, tanto la vita quanto la morte. Per quello che sono, vale a dire allenando la sospensione del giudizio, sempre, ad ogni occasione.
Ciò detto, vorrei dire che trovo fuori luogo giudicare la scelta di chi, sentendosi un vegetale, decide di non voler più esistere a quelle condizioni. Trovo fuori luogo giudicare la scelta di chi, nella sua facoltà cognitiva, decide che il tempo così non è più degno di essere attarversato. Trovo fuori luogo giudicare la scelta di chi, non essendo più in capacità di costruire la sua esistenza, decide di porvi fine.
Ho fatto uno degli esercizi base per lo sviluppo del muscolo empatico: mi sono immaginata di perdere l'uso di tutto il mio corpo ad eccezione delle funzioni cognitive, alimentata artificialmente, espletando le funzioni fisiologiche artificialmente, respirando artifcialmente. Mi sono immaginata al buio dopo aver vissuto anni nella luce della primavera della mia vita. La prima sensazione che ho provato è stata di soffocamento. Ma non mi è bastato, ho fatto un passo più in là, ho immaginato di sentirmi soffocare per qualche minuto, per giorni, sempre con la speranza che venisse meno, quella mancanza d'aria. Ho insistito e mi sono immaginata al buio, invisibilmente legata, con il senso di soffocamento per settimane, mesi, poi anni.
Non condivido la conclusione a cui sono arrivata perché non ha importanza, non è lo scopo di queste righe. Trovo che sarebbe bello se ciascuno, prima di dire, giudicare, accusare, additare, provasse a sperimentare il silenzio del rispetto di una scelta - quella di morire - raggiunta camminando nelle proprie scarpe, sul proprio sentiero, guardando il mondo e la vita con i propri occhi e non con quelli altrui.
Mi piacerebbe che il diritto alla vita fosse visto e considerato come - anche - diritto alla morte.
Per il momento in Italia è prevista la possibilità di redigere il cosiddetto "testamento biologico" ove dichiarare a quali trattamenti sanitari non si dà autorizzazione in caso di mancata possibilità di affermare la propria volontà.
Questo uno dei link presso i quali è possibile recuperare il modulo del testamento biologico:
https://www.associazionelucacoscioni.it/cosa-facciamo/fine-vita-e-eutanasia/testamento-biologico/
28 febbraio 2017
17 febbraio 2017
Rabindranath Tagore - La vera essenza della vita
Dello sguardo monoprospettico, dell'autoreferenzialità esasperata, del non ascoltare(si).
Di questo mi parlano le parole di Tagore.
“Perché la lampada si spense?
La coprii col mantello
per ripararla dal vento,
ecco perché la lampada si spense.
Di questo mi parlano le parole di Tagore.
“Perché la lampada si spense?
La coprii col mantello
per ripararla dal vento,
ecco perché la lampada si spense.
Perché il fiore appassì?
Con ansioso amore
me lo strinsi al petto,
ecco perché il fiore appassì.
Perché il ruscello inaridì?
Lo sbarrai con una diga
per averlo solo per me,
ecco perché il ruscello inaridì.
Perché la corda dell’arpa si spezzò?
Tentai di trarne una nota
al di là delle sue possibilità,
ecco perché la corda si spezzò.”
Con ansioso amore
me lo strinsi al petto,
ecco perché il fiore appassì.
Perché il ruscello inaridì?
Lo sbarrai con una diga
per averlo solo per me,
ecco perché il ruscello inaridì.
Perché la corda dell’arpa si spezzò?
Tentai di trarne una nota
al di là delle sue possibilità,
ecco perché la corda si spezzò.”
R. Tagore
Philadelphia Dance Studio - video
Condivido questo video perché credo fermamente nella necessaria,
fondamentale, centrale ed inevitabile partecipazione da parte di
entrambi i genitori alla vita dei propri figli.
Bellissima iniziativa di una scuola di danza americana che ha organizzato una lezione di danza classica padre-figlia. Un'idea divertente accolta da padri aperti e disponibili alla messa in gioco, capaci di confrontarsi con il limite, la difficoltà, la frustrazione. Nella condivisione di uno spazio così speciale questi genitori stanno insegnando - ed allo stesso tempo imparando - l'importanza della presenza di ciascuno nella vita dell'altro, a prescindere da ciò che si sente adeguato alle proprie caratteristiche e capacità.
I limiti di genere sono una costruzione culturale che inibisce la naturale policromaticità dell'esistere insieme.
Tutta la mia stima per questi uomini, preziosi papà per il mondo.
https://www.youtube.com/watch?v=Y9E4PYUNN9I
Bellissima iniziativa di una scuola di danza americana che ha organizzato una lezione di danza classica padre-figlia. Un'idea divertente accolta da padri aperti e disponibili alla messa in gioco, capaci di confrontarsi con il limite, la difficoltà, la frustrazione. Nella condivisione di uno spazio così speciale questi genitori stanno insegnando - ed allo stesso tempo imparando - l'importanza della presenza di ciascuno nella vita dell'altro, a prescindere da ciò che si sente adeguato alle proprie caratteristiche e capacità.
I limiti di genere sono una costruzione culturale che inibisce la naturale policromaticità dell'esistere insieme.
Tutta la mia stima per questi uomini, preziosi papà per il mondo.
https://www.youtube.com/watch?v=Y9E4PYUNN9I
09 febbraio 2017
Umberto Galimberti - Io e l'Altro (video)
https://www.youtube.com/watch?v=5-mC5rt0Ba4
Un interessantissimo Umberto Galimberti, illuminante.
Buona visione!
Un interessantissimo Umberto Galimberti, illuminante.
Buona visione!
04 febbraio 2017
Settimana 5/ 2017 - Sul vuoto (parte IV)
E' di nuovo sabato, il primo del mese di febbraio, e noi riprendiamo il
viaggio intorno al mondo delle categorie esistenziali. Questa settimana
concludiamo le riflessioni sulla categoria del vuoto che, ricordo, nelle
settimane precedenti è stata guardata dal punto di vista dello spazio
fisico potenzialmente generativo, poi come spazio grazie al quale la
relazione diadica trova respiro, e, infine, il vuoto come non-presenza
di prole o come partenza di questa verso la realizzazione
della propria esistenza.
Oggi la proposta ricade sul vuoto come non-presenza permanente, il vuoto generato dalla morte. Categoria delicata, troppo delicata per poter essere anche solo abbozzata in qualche riga. Come sempre è un invito, quello che propongo qui, a riflettere su quale è il significato della morte per ciascuno.
Possiamo dire che è dimensione della vita in quanto tale, vertigine ineluttabile, condizione imprescindibile di ciò che esiste, forse potremmo dirla, la morte, come il compimento della vita e per questo vuoto, mancanza di uno spazio che prima era pieno.
La morte allora come spazio fisico svuotato, come un abbraccio che fallisce, uno sguardo che non sa dove agganciarsi, una voce che smette di risuonare. Un vuoto che necessita di nuovi assetti, nuovi riferimenti, nuove lenti per guardare il quotidiano, l'abitudine, il domani.
Soprattutto, segno della fugacità, dell'imprevedibilità e dell'impermanenza dell'esistere, dell'esserci, a sottolineare quindi la preziosità della singolarità del momento presente, ossia occasione per "prendere coscienza del valore infinito del momento presente, del valore infinito dei momenti di oggi, ma anche del valore infinito dei momenti di domani, che saranno accolti con gratitudine come una fortuna insperata" (P. Hadot, La filosofia come modo di vivere).
A questo serve l'essere mortali, finiti, fragili, a coltivare cioè ogni istante il sentimento di gratitudine per il solo fatto di essere vivi come anche per il fatto di aver vissuto quel qualcosa che è finito, non esiste più.
Ciò vale infatti per la morte di qualcuno così come per la morte - o fine - di qualcosa,indistintamente.
La finitezza è la possibilità che abbiamo di vedere la straordinaria bellezza della vita, anche quando parla il linguaggio atroce della perdita.
Oggi la proposta ricade sul vuoto come non-presenza permanente, il vuoto generato dalla morte. Categoria delicata, troppo delicata per poter essere anche solo abbozzata in qualche riga. Come sempre è un invito, quello che propongo qui, a riflettere su quale è il significato della morte per ciascuno.
Possiamo dire che è dimensione della vita in quanto tale, vertigine ineluttabile, condizione imprescindibile di ciò che esiste, forse potremmo dirla, la morte, come il compimento della vita e per questo vuoto, mancanza di uno spazio che prima era pieno.
La morte allora come spazio fisico svuotato, come un abbraccio che fallisce, uno sguardo che non sa dove agganciarsi, una voce che smette di risuonare. Un vuoto che necessita di nuovi assetti, nuovi riferimenti, nuove lenti per guardare il quotidiano, l'abitudine, il domani.
Soprattutto, segno della fugacità, dell'imprevedibilità e dell'impermanenza dell'esistere, dell'esserci, a sottolineare quindi la preziosità della singolarità del momento presente, ossia occasione per "prendere coscienza del valore infinito del momento presente, del valore infinito dei momenti di oggi, ma anche del valore infinito dei momenti di domani, che saranno accolti con gratitudine come una fortuna insperata" (P. Hadot, La filosofia come modo di vivere).
A questo serve l'essere mortali, finiti, fragili, a coltivare cioè ogni istante il sentimento di gratitudine per il solo fatto di essere vivi come anche per il fatto di aver vissuto quel qualcosa che è finito, non esiste più.
Ciò vale infatti per la morte di qualcuno così come per la morte - o fine - di qualcosa,indistintamente.
La finitezza è la possibilità che abbiamo di vedere la straordinaria bellezza della vita, anche quando parla il linguaggio atroce della perdita.
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