18 dicembre 2017

Sulla lettura

 

Ad una settimana da Natale voglio dedicare un pò di attenzione all'atto della lettura.
Dopo lungo tempo durante il quale ho messo da parte - per necessità e per pigrizia - la dimensione della lettura, ho finalmente ritrovato da qualche mese il desiderio, il piacere e la possibilità di immergermi nel mondo profondo dei libri, ecco allora l'opportunità di approfondire il senso della lettura e del dispositivo che ci permette di leggere (useremo il libro come sineddoche, una parte che indica il tutto, un dispositivo che ne rappresenta molti altri, semplificheremo insomma).
Spesso scelto come presente per l'occasione di un compleanno o del Natale appunto, il libro è uno strumento straordinario di nutrimento mentale e spirituale, ma anche di orientamento nello spazio e nel tempo, un compagno virtuale e un attivatore immaginale. In altre parole, un oggetto polifunzionale, poliedrico, polisensoriale, policromatico. E tutto ciò che è poli -qualcosa a me personalmente piace molto.  
Un inciso: in molti si sono occupati del valore formativo della lettura, la mia è una scelta personale, un'idea fra le tante, una proposta di riflessione, come sempre. 
In questi giorni mi è capitato tra le mani un libro di Franco Cambi* che acquistai molto tempo fa: La cura di sé come processo formativo. Lo apro a caso (è un gioco che mi piace spesso fare) e trovo alcune righe sottolineate. Cito testualmente ché non c'è bisogno di inframezzi.


Come si struttura l'atto di lettura, cosa accade in me 'quando leggo' (e leggo non per informarmi, ma se si crea una partecipazione più personale rispetto a ciò che leggo: il che può avvenire anche leggendo un quotidiano, ma se si va oltre il ricevere-informazioni)? 
Le risposte ci sono e potremmo così sintetizzarle, anceh chiamando direttamente in causa la nostra esperienza di lettori: 
1. avviene una sospensione del vissuto, più immediato e pragmatico; da esso ci si separa, si prendono le distanze, si crea una condizione a parte, diversa, sospesa, raccolta in se stessa;
2. si compie l'entrata in un mondo-altro, diverso da quello mio, tuo,... vissuto ed esperito; un mondo che sta oltre, che ci affascina per la sua diversità, ma che ci nutre di essa, ci spiazza [...] e dilata il nostro io, disponendolo in direzione di un sé (= io consapevole, culturalmente centrato) più ricco, dinamico, dialettico;
3. si attiva e si vive la potenza evocatrice della parola, si entra nel mondo costruttivo del linguaggio;
4. si entra dentro una storia (ovvero in un processo di esperienze dotato di senso) che ci rispecchia, ci amplia, ci sfida proprio nel nostro vissuto e ci impone di ripensarlo, di ripensarci. 
La lettura è un atto di spaesamento, di apertura al virtuale, di potenziamento dell'immaginario; un atto di crescita/sviluppo del soggetto proprio nella sua humanitas, intesa come coltivazione di sé per dar significatop al mondo e coglierlo nella sua stessa ricchezza/varietà/complessità.

Salto qualche pagina.

Ma quali sono le strategie da attivare per fare una lettura che sia esperienza efficace di coltivazione dell'io etico e cognitivo ed estetico?
Qui possiamo fissare solo alcuni consigòli per darsi una strategia di lettura, che verrà a determinarsi secondo il carattere di ciascuno, poi. 
1) Isolarsi: riconoscere uno spazio per..., costruire una 'cerimonia' per darsi uno spazio chiuso e a un tempo sospeso.
2) Leggere secondo libertà: lo dice Pennac in Come un romanzo che si può leggere in tanti modi (in sequenza, a salti, a ritroso, etc) facendo così della pratica della lettura un affaire proprio del soggetto.
3) Darsi la lettura come pratica consolidata: da esercitare ogni giorno (o no), da preservare, da programmare. [...] Anche nel tempo, ossessivo, dei Media che incasellano il nostro tempo libero e lo gestiscono al posto nostro. Emarginando la lettura che va coltivata, invece, come vaccino anti -Media e come alternativa/compensazione al loro atto di imperio e di cattura, profonda e generalizzata. 

Più avanti ancora:

La lettura è un mezzo potente di vita interiore: la esercita, la coltiva, la sviluppa. Senza la proiezione in altre esperienze di vita spirituale (di cui ogni testo è testimonianza: dalla poesia allo studio storico, al saggio scientifico) la nostra interiorità si rattrapisce, si opacizza nel quotidiano, non si dilata e non cresce in modo intenso e dinamico. **


* Nato a Firenze, è docente di pedagogia generale nell'Università di Firenze. Presidente del CEntro italiano per la ricerca storico-educativa e direttore della rivista "Studi sulla formazione", si occupa di filosofia dell'educazione, storia della pedagogia e letteratura per l'infanzia.  

** Citazioni da pg. 56 e segg. 


Buona lettura, Buon viaggio.

 

21 novembre 2017

Sullo scrivere autobiografico

E' successo di nuovo, sabato mattina durante l'incontro sulla pratica autobiografica da me condotto all'interno del ciclo delle pratiche filosofiche. 
E' successo di nuovo, come sempre quando si mettono a nudo le linee del proprio vissuto. 
Il copione più o meno è sempre lo stesso: all'inizio una certa quantità di timidezza e pudore, segue l'esitazione e alla fine la diga si rompe e l'acqua scorre in lunghi racconti, articolati, contestualizzati nel tempo e nel luogo di un passato spesso - a dire il vero quasi sempre - costellato di figure umane e animali, affetti, presenze, mancanze, solitudini e paure. Sì. Ad una cornice colorata sovente corrisponde un dipinto dalle tinte fosche e buie. 
Nell'immersione che è la scrittura autobiografica ciò che emerge con prepotenza è quasi sempre la sofferenza, quel qualcosa che si cercava ma non si trovava o che si desiderava ma non arrivava mai, quel qualcuno dal quale ci si aspettava calore e invece elargiva soltanto freddure e lontananze. Emergono le paure, le frustrazioni viste con la tenerezza ma anche la rabbia degli occhi dell'adulto che le sta riesumando e rivivendo. 
Poi, a tratti, compaiono squarci di luce e felicità, spazi di ossigeno dall'apnea della quotidianità familiare: una finestra affacciata su un bosco, l'immaginazione viva guardando gli alberi con la frutta matura pronta per la raccolta, uno scorcio urbano che rassicura, la libertà di stare a diretto contatto con la natura. Nicchie, dentro e fuori di sé. 
Ecco, tutto questo materiale prezioso è sempre, per me, regalo fragilissimo da maneggiare con grande cura. E la fiducia che concima il terreno della condivisione, del racconto, del dire di sé è - ogni volta - elemento che mi commuove e mi sollecita gratitudine profonda e vera nei confronti di chi la ripone in me. 
La vita che mi viene concessa tramite i racconti - in studio e altrove - è quanto di più sacro e magnifico e unico esista, ed è per questo che contraccambio con la massima riservatezza e tutta la delicatezza e il rispetto di cui sono capace. 
Allora grazie. Grazie a tutti coloro che mi hanno permesso e mi permetteranno di entrare nella loro vita, che sia per un'ora, una settimana, qualche mese o una vita intera.  

 

03 ottobre 2017

Sul senso dell'imparare a conoscersi - Alice Miller

A chi mi chiede perché è importante guardare, vedere di nuovo, attraversare la propria storia di vita, più specificatamente, la propria infanzia; a chi mi chiede dove è il senso dello sguardo attento e consapevole al passato che ha fatto da basamento all'individuo che si è oggi, rispondo con queste parole di Alice Miller:

"La comprensione emotiva del bambino che sono stato e, di conseguenza, della storia della mia vita migliora la capacità di capire me stesso, e d'ora in poi riuscirò anche ad affrontare in maniera diversa, più razionale ed efficace i problemi che sorgono nella mia vita attuale. E' quasi impossibile non essere più esposti ad eperienze dolorose, questo succede solo nelle fiabe. Ma se io non sono più un enigma per me stesso, se divento capace di riflettere e di agire in maniera consapevole, allora posso lasciar spazio ai miei sentimenti, perché li capisco, e perciò non mi fanno più tanta paura."

A. Miller, Riprendersi la vita, pp. 72/73 

Ricordo che oggi, martedì 10 e martedì 18 ottobre le porte del mio studio di consulenza pedagogica saranno aperte per conoscere il servizio da me offerto.

Per appuntamenti:
351 243 2176
oppure tramite messaggistica privata sulla mia pagina Facebook @saraolivabochpedagogista
 

18 settembre 2017

Della madre, del materno

Ho incontrato un testo, qualche settimana fa, che mi ha raccontato della madre in termini nuovi, inediti, lucidi. Si intitola "Le mani della madre" di M. Recalcati. 
Oltre all'invito alla lettura di questo libro rivolto a tutti giacché tutti siamo figli, in quanto pedagogista mi piacerebbe condividere qui alcune riflessioni - parziali - su quanto contenuto nelle centottanta pagine di cui sopra. 
Innanzitutto vorrei sottolineare il taglio critico rispetto all'idea di madre e di maternità che - fortunatamente - ci stiamo impegnando a smantellare e ricostruire. 
Nella rappresentazione patriarcale della maternità infatti si impone una versione schizoide e manichea della femminilità, dove la femminilità espressa nella madre è buona e bene mentre la femminilità racchiusa nella donna è cattiva e male. Scrive molto chiaramente Recalcati: "la madre che sopprime la donna - come accadeva nella versione patriarcale della maternità - o la donna che nega la madre - come accade nel tempo ipermoderno - non sono due rappresentazioni della madre, ma due sue declinazioni egualmente patologiche" e continua "solo se lo sguardo della madre non si concentra a senso unico sull'esistenza del figlio la maternità può realizzare appieno la sua funzione". Detto altrimenti, l'equilibrio delicato e necessario tra i due ruoli di madre e di donna è dimensione difficile da realizzare ma al tempo stesso fondamentale per uno svolgimento sufficientemente buono della vita psichica ed emotiva sia del bambino sia della madre, senza dimenticare le ripercussioni di tale equilibrio nell'ambiente in cui essi vivono. Credo sia, questo sforzo in direzione di un rimodellamento della concezione di donna-madre, essenziale. Essenziale per la donna, per i figli, per le figlie e per gli uomini.
La prima parte del saggio è dedicata alle categorie afferenti la madre, che sono: le mani, l'attesa, il volto, Lalingua, il seno, l'assenza, la cura, la paranoia, la trascendenza. Ciascuna di queste parole rimanda ad un senso, un significato che parla - a me personalmente - della ricchezza e dunque della complessità del mettere al mondo. Naturalmente quelle contenute nelle poche righe che trovate qui sotto sono alcune idee appena abbozzate a riguardo. Ché di un argomento simile si potrebbe discutere a vita senza mai esaurirne completamente il senso.
Considerando le prime citate, possiamo dire che nelle mani c'è il tenere, il con-tenere, l'esserci, il condurre con fiducia; Sartre diceva appunto che 'nasciamo sempre come oggetti nelle mani dell'Altro'. L'attesa invece dice della pazienza, del non lasciarsi sopraffare dal tempo, del resistere all'incertezza dell'incognita di chi o cosa è oggetto dell'attesa. L'attesa segna un prima e un dopo, uno sconvolgimento interiore. Un'attesa che non parla di aspettative però, poiché l'attesa del figlio è innanzitutto l'attesa di un essere umano dotato di una sua propria vita, di sue proprie inclinazioni, è un estraneo a cui la donna concede lo spazio vitale (fisico o metaforico) all'interno del quale prendere forma e vita. 
Del volto invece l'attenzione è data tutta allo sguardo, in questo caso allo sguardo che la madre rivolge al suo bambino attraverso il quale "vi deposita inconsciamente gran parte della sua storia di figlia". Il volto che guarda è un segno di attenzione, di presenza, 'se tu mi vedi io esisto'; il volto che guarda è canale e strumento comunicativo, ossia ti rendo partecipe della mia vita, di questo mondo al quale sei arrivato. 
Lalingua è il linguaggio attraverso cui ciascuna madre e ciascun figlio partecipano allo scambio vitale tra loro, un linguaggio che trascende il senso letterale e diventa suoni, gesti, momenti durante i quali tra i due si stabilisce il contatto che diviene relazione. 
Il seno non è solo piacevole gingillo attraverso cui alimentarsi ma calore e conforto. L'assenza è lo spazio che concede all'altro la possibilità di sperimentare la presenza a se stesso imparando che l'altro - in questo caso la madre - non è sempre e solo presente, infatti "L'accentuazione della presenza comporterebbe infatti l'impossibilità della separazione e l'illusione della fusione, mentre l'accentuazione dell'assenza comporterebbe il vissuto di abbandono e derelizione". 
Ci tengo a fare una dovuta precisazione rispetto a cosa viene inteso con il termine 'madre' da M. Recalcati. Madre è chi incarna le categorie di cui sopra. Madre non si riferisce strettamente e necessariamente a colei che ha partorito il figlio ma, più generalmente, a chi esplicita le funzioni della madre, ossia chi cura, protegge, sostiene, incoraggia, stimola, ri-conosce il piccolo. Non importa se uomo, donna, genitore biologico o adottivo. Madre è chi concede l'amore incondizionato. 
Il testo raccoglie inoltre numerose riflessioni sul materno oggi e sulle sue patologizzazioni e si chiude con un epilogo che è un invito ad essere giusti con la madre. Un invito che mi sento di voler accogliere e condividere. Ciascuno ha un vissuto particolare e soggettivo con la madre, alcuni non ne hanno neanche il ricordo, altri portano dentro di sé ferite profonde legate alla propria madre; tutti, in modi infinitamente differenti uno dall'altro, abbiamo sperimentato questo legame viscerale, profondo, solo parzialmente sondabile ed è in questa radice primaria, fondamentale, inevitabile che si racchiude qualcosa di speciale come il senitmento della vita, del desiderio del vivere. Perciò, quanto più ce ne dimentichiamo, quanto più la rifiutiamo, tanto meno siamo nella possibilità di godere pienamente ed intensamente della vita e del suo desiderio. 

Sono a disposizione di chiunque abbia desiderio di approfondire, dire, pensare a riguardo.

11 settembre 2017

Porte aperte dello Studio - settembre e ottobre

Eccoci di nuovo in carreggiata, settembre è cominciato da qualche giorno ormai e con sé, come sempre, porta nuovi inizi, nuovi cicli, nuove idee.
Si riprende, si rinnova, si ritorna e come preannunciato a fine luglio c'è una novità...



Tutti i martedì a partire dal 12 settembre fino al 10 ottobre le porte del mio studio di consulenza pedagogica saranno aperte a tutti coloro che hanno curiosità di incontrarmi, desiderio di sapere cosa può trovare nel mio spazio di dialogo, o ancora magari bisogno di un confronto su qualsiasi tematica afferente alla propria vita. 

La durata di ciascun incontro è di 45 minuti, è completamente gratuito e non vincolante ad alcun tipo di percorso. È necessario contattarmi anticipatamente per fissare un appuntamento.

Via e-mail scrivendo a ped.olivaboch@gmail.com
Via cellulare chiamando il 351 243 2176.

Vi aspetto! 

Buon inizio di settembre 🌳🌲🍁

22 giugno 2017

Cosa fa il pedagogista?

E' una domanda che spesso - quasi sempre a dire il vero - mi viene fatta quando dichiaro il lavoro che faccio.
L'impianto teorico cui fa riferimento la mia personale formazione è dato da diversi elementi che cercherò di riportare in modo chiaro e fruibile, anche per chi non è "addetto ai lavori".
Innanzitutto, il pedagogista si avvale della concezione costruttivista, secondo cui la comprensione della realtà si basa sulla disposizione e sulla capacità da parte del soggetto umano di attribuire senso agli eventi attraverso la costruzione di rappresentazioni della realtà stessa. 
In secondo luogo, con pari importanza, troviamo la teoria psicoanalitica. Essa è elemento costitutivo della formazione pedagogica poiché riconosce alla relazione primaria con la famiglia e dunque all'infanzia, al passato, un ruolo di fondamentale importanza rispetto al presente e al futuro dell'individuo. 
Altri importanti contributi teorici provengono dall'interazionismo - poiché l'essere umano vive e si costituisce di relazione; dall'ermeneutica - poiché non esiste oggettività negli accadimenti ma eventi ai quali i soggetti attribuiscono un significato, ciò significa che agli accadimenti vengono attribuiti significati mediante un'attività di tipo interpretativo, infatti "la realtà non è conoscibile come oggetto a sé stante, ma solo e sempre attraverso la mediazione interna" (Blandino, Granieri, La disponibilità ad apprendere).
Poiché il pedagogista si occupa di educazione e formazione dell'essere umano un altro elemento caratterizzante il suo lavoro è la complessità. Nel vivere, nell'esistere e nel relazionarsi esistono disordine, caos, incertezza, imprevedibilità quindi problematicità, impossibilità a definire, circoscrivere, dispiegare. 
Attraverso la relazione soggetto - pedagogista quindi si costruisce un quadro all'interno del quale viene rappresentata la realtà - composta da eventi e significati degli stessi - del soggetto.
Il pedagogista è costantemente impegnato in un oltrepassamento della trasparenza presunta, attento alle sfumature, alle contraddizioni, agli indizi, ai sintomi, alle tracce, alle residualità, alle latenze, a ciò che non viene detto. Detto con altre parole, "si tratta di decifrare il gioco dell'apparenza e di quello che ci sta dietro, di intravedere lo spazio tra il detto e il non detto, tra i significati convenzionalmente sintonizzati e alcuni degli strati pregnanti di significati ulteriori, insomma della composizione complessa delle nostre convinzioni" (M. G. Riva, Il lavoro pedagogico).
Le dimensioni che caratterizzano e fondano il lavoro pedagogico sono:
* la dimensione empirica - ossia connessa all'esperienza concreta;
* la dimensione individuale - poiché si ha a che fare con le singole persone;
* la dimensione situazionale - in quanto si sta sempre dentro a situazioni all'interno delle quali accadono episodi, storie, incontri, dialoghi.
Il lavoro del pedagogista è costituito dalla dinamicità, è un processo, un work in progress costante, incerto, tanto quanto può esserlo la vita e le pratiche educative e formative ad essa inerenti. 
Per paticare il lavoro pedagogico è di fondamentale importanza imparare a stare nell'ascolto attivo e a sospendere il giudizio. Entrambe le posture vanno costantemente allenate per diventare, nel tempo, un atteggiamento, un habitus, un'attitudine propri del pedagogista che prescindono dalla professione per divenire parte del suo modo di comportarsi e relazionarsi.

[Per approfondimenti: M. G. Riva - Il lavoro pedagogico come ricerca dei significati e ascolto delle emozioni, Guerini scientifica, 2004]

17 giugno 2017

Sulla relazione uomo - donna nell'anno 2017

Qualche giorno fa mi sono espressa sulla mia pagina personale di Facebook con un post relativo ad una situazione da me vissuta confrontandomi con alcune amiche. Lo riporto nella sua versione originale, seguiranno riflessioni e commenti "a freddo".
Ecco il post:
'Nelle ultime settimane, soprattutto negli ultimi giorni, ho avuto la fortuna - immensa - di confrontarmi con diverse donne verso le quali nutro stima, affetto, rispetto e gratitudine. L'argomento di dibattito riguardava il genere maschile della specie umana e più specificatamente la tendenza di molti di questi alle relazioni con donne al di fuori della relazione "ufficiale".
Doverosa premessa: non mi piace il comportamento fedifrago. Non invito a praticarlo. Detto questo mi sento di essere altrettanto precisa rispetto alle manifestazioni di disprezzo, offesa e umiliazione che sono emerse durante alcuni dei confronti di cui sopra. Non posso non prendere atto del fatto che, nella maggior parte dei casi dietro ad un comportamento fedifrago ci sono situazioni di coppia incancrenite in dinamiche totalmente disfunzionali messe in atto da entrambi (uomo e donna).
Inoltre, sono molte - ripeto, molte - le donne che pur essendo a conoscenza della situazione del lui di turno decidono di ricoprire il ruolo di amante: in questo caso di chi è la responsabilità della sofferenza della donna?
E poi c'è il "traditore/seduttore seriale". Ma davvero non si riesce a vedere, dietro ad un simile comportamento, la manifestazione di una insofferenza e un'insicurezza spesso molto profonde e pertanto difficilmente riconoscibili?
In tutto ciò, che è solo un'infinitesima parte del discorso a questo proposito, mi pare che noi donne, in quanto esseri biologicamente costituiti per la relazione a due, abbiamo importanti responsabilità nell'aiutare, sostenere, aprire, incoraggiare gli uomini che esprimono difficoltà e irrequietezza nel relazionarsi. E dovremmo farlo senza presunzione, senza arroganza, senza superbia ma solo ed esclusivamente per costruire quei ponti che lamentiamo spesso, sempre non esistere.
Dovremmo farlo in qualità di madri, compagne, sorelle, amiche.
Smettiamo di vomitare odio su chi ci ha messe al mondo, su chi ci ha ferite, su chi non ci ha volute, apprezzate, scelte. Prendiamone le distanze, certo, ma impariamo a guardare oltre, a creare valore in quella sofferenza. Impariamo ad amare.
Per vivere meglio, tutte e tutti.'


L'ho pubblicato in quanto donna e non in quanto pedagogista, ma poi, viste le reazioni e i commenti e le riflessioni che ne sono derivati, ho ritenuto opportuno condividere il mio pensiero a riguardo anche in qualità di professionista che si occupa di educazione e formazione. 
Sono stati molti i commenti e gli apprezzamenti da parte di contatti (amici, parenti, conoscenti) di sesso maschile; apprezzamenti scaturiti da un senso di solidarietà che non avevano mai avvertito prima o che hanno avvertito con forza leggendo le mie righe. Si sono esposti, gli uomini, manifestando gratitudine per le mie parole che hanno avvertito come un conforto, un balsamo galenico da spalmare sulle abrasioni che tutti, più o meno, riportano a seguito di relazioni disfunzionali con le donne. 
Quello che è passato, attraverso i commenti - pubblici e privati - al post, è stato sollievo, questo ho sentito. Gratitudine e sollievo. 
Mi sono chiesta quanto noi donne siamo consapevoli della responsabilità che abbiamo nell'alimentare conflitti, scontri e rancori nelle relazioni con gli uomini. Mi sono chiesta quanto noi donne siamo consapevoli dell'infinito potenziale che abbiamo rispetto al miglioramento dei rapporti tra i due sessi. Mi sono chiesta quanto noi donne siamo consapevoli dell'urgenza impellente di andare oltre il nostro piccolo Io per usare saggezza e compassione nelle situazioni di forte attrito e divergenza. 
Con tutto questo non voglio in alcun modo incoraggiare o stimolare un comportamento remissivo da parte di noi donne, anzi! Mi viene da dire che è proprio il contrario quello che sto suggerendo: alla proposta di una danza aggressiva, arrogante, disprezzante rifiutiamoci di ballare proponendo con assertività e fermezza una danza basata su uno scambio fatto di rispetto, ascolto, dialogo. 
Marchiamo dentro di noi confini chiari; stabiliamo, sempre dentro di noi, un baricentro dinamico e resistente facilmente rintracciabile; creiamo tra la mente e il cuore la nostra bussola i cui punti cardinali siano la saggezza, la compassione, la sincerità e la solidità. Dati questi strumenti siamo in grado di proteggerci e relazionarci con il mondo facendo la differenza, sovvertendo ogni schema, smantellando ogni pregiudizio, distruggendo quelle cinte murarie che ci impediscono di intessere relazioni di valore con l'Altro. 
Sempre e solo per vivere in un mo(n)do più sano.


06 maggio 2017

Sul coraggio

Alcune settimane fa avevo accennato ad una riflessione come elogio alla paura e così, oggi, con notevole ritardo rispetto a quanto avrei desiderato, butto giù qualche parola che possa essere d'aiuto nella considerazione della categoria del coraggio. 
No, non mi sono sbagliata, volevo dire proprio coraggio. L'elogio della paura partiva da qui, dall'idea di dare una forma, una identità al coraggio, in un periodo in cui personalmente mi trovo a fare spesso i conti con queste due categorie profondamente correlate, intrecciate, annodate tra loro. 
"Casualmente" alcuni giorni fa, leggendo Il tempo delle emozioni di Aldo Carotenuto, mi sono imbattuta su pagine decisamente interessanti a questo proposito. Ve ne propongo alcuni passaggi nei quali riconosco i tratti del mio pensiero, tratti caratterizzati da una visione dell'uomo come essere vivente fallibile, finito, portatore di errore, capace di fragilità. 
"La consapevolezza che ognuno nutre circa la presenza di un 'altro' sconosciuto e ignoto è la molla che fa scattare il processo cognitivo superiore, ovvero la capacità di filtrare l'essenza della vita che, dal canto suo, si nasconde dietro le barriere dell'apparenza.  
Proprio questa dimensione oscura alberga nell'immaginario collettivo degli individui suscitando ansie e timori, e la paura di varcare la soglia del familiare si fonde con il desiderio di acquisire una trasparenza del mondo. 'Già Aristotele aveva capito che l'uomo coraggioso non si distingue perché non ha paura, ma perché si comporta come se non avesse paura' (A. Heller, Teoria dei sentimenti, 1980). [...] il sentimento della paura e della speranza si intrecciano insieme in una matrice psicologica che spinge il soggetto a intraprendere un dialogo con se stesso, al fine di trovare la luce risolutrice ai suoi numerosi interrogativi. L'introspezione si rivela così l'unica arma capace di rischiararci dallo stato confusionale e denso di terrore che l'impatto con una situazione avversa ci ha provocato, e il coraggio di procedere alla ricerca della verità deriva proprio dal superamento ed elaborazione del vissuto emozionale della paura. 
'Il coraggio, pertanto, nasce proprio dalla conoscenza della paura e dalla capacità di dominarla, mantenendo entro gli argini del controllo razionale la sua carica eversiva, ma comunque vitale' (A. Carotenuto, Vivere la distanza, 1998). L'angoscia deve essere vissuta come il segnale di una futura rinascita, di un risvegliarsi alla vita, conquistando un nuovo orizzonete conoscitivo.
[...] Avere il coraggio di seguire strade diverse da quelle finora percorse impèlica una sorta di trasformazione interiore, la quale si concretizza nella possibilità di realizzare un colloquio con se stessi, abbandonando i punti d'appoggio che la vita collettiva ci fornisce. 
[...] nelle streme difficoltà si palesa l'essenza dell'individuo, la sua Ombra che, in caso contrario, rimarrebbe nascosta e sopita nella profonda intimità, sconosciuta."

Tutto questo per dire che:
* la paura è emozione e dimensione del vivere ineludibile ed inevitabile;
* la paura è ciò che serve a far emergere quella parte di sè che solitamente non si esprime perché tenuta sotto controllo;
* la paura è ciò che rende possibile la conoscenza, l'espressione e quindi la trasformazione della propria Ombra (ossia di tutto ciò che non è stato possibile vivere, ciò che non è stato scelto pur avendolo desiderato tanto, nonché tutti quegli aspetti socialmente non accettati, ripudiati, quindi censurati che comunque ci abitano e - inconsciamente - agiamo, le emozioni non ascoltate, le parole ferite, le umiliazioni, i rancori, etc;
* la paura è la punta capace di scardinare la cassaforte dove solitamente viene riposto il coraggio, in quanto dà la possibilità di "esperire una condizione esistenziale oscillante, per la quale il vissuto emotivo della paura si pone come il motore di avvio di una intima ricerca psichica che ci mette a confronto con l'ignoto, il perturbante che regna nell'inconscio di ogni individuo" (A. Carotenuto, Il tempo delle emozioni);
* la paura è dunque la conditio sine qua non  per poter usare coraggio.

Infine, il coraggio è, nella mia mappa categoriale, 
la volontà di provare 
il desiderio di abbracciare la probabilità di perdere l'equilibrio 
l'apertura al possibile 
la capacità di credere. 

Per poter essere coraggiosi quindi non ci resta che vedere, ammettere di essere anche, necessariamente, timorosi, spaventati, angosciati. 
Potremmo dire anche sulla paura del coraggio e sul coraggio della paura, ad esempio, per giocare un pò. Della prima, la paura del coraggio, si potrebbe banalmente dire che molto frequentemente ci si sente a proprio agio nella propria sofferenza, la si conosce e la si ri-conosce, motivo per cui, per quanto si tenti di allontanarla, in realtà la si mantiene viva dentro di sé, fuggendo da un orizzonte possibile tramite l'esercizio del coraggio. Sul coraggio della paura invece mi viene in mente la spinta alla sopravvivenza, alla vita, il superamento dell'angoscia per vivere ancora, lo sbilanciamento pur di camminare altrove, andare, pro-cedere. 






 


 

18 aprile 2017

Dei figli, della vulnerabilità, dell'amore

Alcuni giorni fa ho avuto il piacere e la fortuna di partecipare ad un intervento da parte di uno psicanalista del quale non dichiaro il nome onde evitare di creare pregiudizi rispetto a quanto vado a riportare. Vorrei che si leggesse con le lenti della propria esperienza e con la coscienza scevra da ogni tipo di pregiudizio dunque aperta all'ascolto autentico. 

Raccontando della parabola di Isacco e del figliol prodigo si è andati incontro a temi propri della genitorialità e, in senso più lato, della relazione. 
Mentre nella parabola di Abramo e del figlio Isacco quel che emerge in modo dominante è la necessità del padre (qui si intende anche la madre) di separarsi dal figlio poiché chiamato a lasciare il proprio posto del mondo alla prole, nel racconto del figliol prodigo l'aspetto rilevante è dato dalla necessità del padre (più generalmente, del genitore) di accogliere il figlio, anche quando sbaglia, fallisce, erra. Ciò non significa il venire meno del rispetto della Legge, quanto piuttosto un'applicazione della stessa adeguata alla circostanza poiché si riconosce la possibilità di venire meno al rispetto della regola.

Il padre e la madre sono dunque chiamati, in quanto genitori, a tre responsabilità:
* l'esserci per il figlio - poter dire al figlio "eccomi, ci sono";
* il lasciare andare il figlio - essere capaci di dire "vai";
* il perdonare - essere in grado di stabilire un rapporto di amicizia con il fallimento, la vulnerabilità, lo smarrimento, il cedimento. Il perdono non è mai una reazione, bensì una dissimetria, un'azione che permette a chi lo riceve di fare esperienza della Legge, della verità, dell'accettazione. 
Queste le tre responsabilità fondamentali per riconoscere al figlio la possibilità di divenire ciò che è. E di conoscere l'amore, aggiungo io.

Mi chiedo, vi chiedo se e in che misura siamo/siete consapevoli del fatto che i genitori sono coloro che hanno doveri e responsabilità nei confronti dei figli e non viceversa. Chi pensa alla genitorialità, chi è già genitore, si rende conto della posizione che ricopre nella diade educativa? 

Rimango e vi lascio con questa sospensione.


14 marzo 2017

Quarto incontro con le pratiche filosofiche rinnovate a Genova

Buon pomeriggio!
Sabato 18 marzo vi aspettiamo come sempre alle 10 in Salita Famagosta 3r per sperimentare una pratica filosofica dal sapore tutto autobiografico.
Siete invitati a partecipare portando con voi un oggetto qualsiasi (un capo d'abbigliamento, una foto, un ninnolo, una lettera, ...) che sia per voi significativo, cioè che sia importante per la vostra vita, che custodisca in sé una storia nella vostra storia. Quell'oggetto sarà il protagonista delle due ore che trascorreremo insieme dapprima attraverso momenti di riflessione e raccoglimento in sé, successivamente attraverso la condivisione e la trascendenza.

Ricordiamo che la partecipazione è gratuita, non prevede la necessità di alcuna preparazione filosofica, e ciascun incontro è un'occasione indipendente rispetto agli altri incontri per assaggiare le pratiche filosofiche rinnovate proposte dalla scuola di Philo.


13 marzo 2017

L'arte di amare - E. Fromm

Vorrei scrivere dell'amore. Dell'amore come "matura soluzione del problema dell'esistenza" come lo definisce Fromm e nell'accezione che egli dà ad esso nella sua opera L'arte di amare
Riporterò alcune parti capaci di dare - a mio avviso - il senso del pensiero dell'autore rispetto all'amore. Inutile specificare che mi sento concorde. 
"L'unione conquistata con il lavoro produttivo non è interpersonale; l'unità raggiunta con la fusione orgiastica (consumo di droga, alcool, partecipazione ad eventi di massa, etc, nota mia) è fittizia; l'unità ottenuta col conformismo è solo una parvenza di unità. Non sono che soluzioni parziali al problema dell'esistenza. la soluzione completa sta nella conquista dell'unione interpersonale, nella fusione con un'altra persona, nell'amore." Poiché il profondo bisogno dell'uomo è quello di "superare l'isolamento, evadere dalla prigione della propria solitudine [in quanto essa] provoca l'ansia; anzi, è l'origine di ogni ansia. Essere soli significa essere indifesi, incapaci di penetrare attivamente nel mondo che ci circonda; significa che il mondo può accerchiarci senza che abbiamo la possibilità di reagire."
Secondo Fromm esistono due forme di amore: una è incompleta e prende il nome di unione simbiotica, la seconda vede l'amore come la matura soluzione del problema dell'esistenza. 
"L'unione simbiotica ha il suo modello biologico nella relazione fra la madre e il figlio. Sono due, eppure uno. Vivono insieme, hanno bisogno l'uno dell'altro. Nell'unione simbiotica fisica i corpi sono indipendenti, ma lo stesso genere di unione esiste psicologicamente.
La forma passiva dell'unione simbiotica è quella della sottomissione, o, per usare un termine clinico, del masochismo. Il masochista sfugge all'insopportabile senso di separazione e solitudine rendendosi parte di un'altra persona che lo domina, lo guida, lo protegge. [...] Il masochista non è mai solo, ma non è indipendente; non ha autonomia [...]. La persona rinuncia alla propria integrità, fa di se stessa lo strumento di qualche cosa o di qualcuno al di fuori di se stessa.
La forma attiva di fusione simbiotica è il dominio o, per usare il termine psicologico corrispondente al masochismo, il sadismo. Il sadico vuole sfuggire alla propria solitudine e al proprio senso di isolamento impossessandosi di un'altra persona. Il sadico è legato al succubo così come quest'ultimo è subordinato al primo; non può nemmeno vivere, senza l'altro. La differenza sta solo nel fatto che il sadico domina, intraprende, offende, umilia, e il masochista è comandato, offeso, umiliato. [...]
In contrasto con l'unione simbiotica, l'amore maturo è unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità. L'amore è un potere attivo dell'uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso di isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere se stesso e di conservare la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell'amore due esseri diventano uno, e tuttavia restano due. [...]
Invidia, gelosia, ambizione, bramosia, sono passioni; l'amore è un'azione, un potere umano che può essere praticato solo in libertà, e non è la conseguenza di una costrizione. L'amore è un sentimento attivo, non passivo; è una conquista, non una resa. Il suo carattere attivo può essere sintetizzato nel concetto che amore è soprattutto 'dare' e non ricevere.  [...] Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e di potenza mi riempie di gioia. Mi sento traboccante di vita e di felicità. Dare dà più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell'atto mi sento vivo.  [...]
Che cosa dà una persona a un'altra? Dà se stessa, ciò che possiede di più prezioso, da una parte della sua vita. Ciò non significa necessariamente che essa sacrifichi la sua vita per l'altra, ma che le dà ciò che di più vivo ha in sé; le dà la propria gioia, il proprio interesse, il proprio umorismo, la propria tristezza, tutte le espressioni e manifestazioni di ciò che ha di più vitale.  [...] Non dà per ricevere; dare è in se stesso una gioia squisita.  [...] Nell'atto di dare nasce qualcosa, e un senso di mutua gratitudine per la vita che è nata in loro unisce entrambre. Ciò significa che l'amore è una forza che produce amore; l'impotenza è l'incapacità di produrre amore.  [...]
E' inutile sostenere che sentire l'amore come un atto di dare dipende dal carattere dell'individuo. Al contrario, presuppone la conquista di una posizione prevalentemente produttiva; in quest'orientamento l'individuo ha vinto l'indipendenza, l'onnipotenza narcisisticam il desiderio di sfruttare gli altri o di tesaurizzare, e ha tratto la fede nei propri poteri umani, il coraggio di fare assegnamento nel conseguimento delle proprie mète. Nella misura in cui queste qualità mancano, egli ha paura di dare se stesso, e quindi di amare."

Sugli elementi che accomunano tutte le forme d'amore parleremo un'altra volta, per ora mi pare ci sia sufficiente materiale su cui riflettere. 
Mi è sempre piaciuta l'idea di intendere una coppia equilibrata, sana, solida come il numero undici: due singolarità che si avvicinano, due parti con una propria identità che si accostano andando a creare qualcosa di diverso, più complesso che custodisce in sé l'unicità e l'irripetibilità sia dei singoli elementi sia dei singoli elementi vicini l'uno all'altro. C'è prossimità ma in una dimensione che permette lo spazio di esistere anche alle due individualità, siamo due ma anche uno, siamo vicini ma non attaccati, ci avvertiamo reciprocamente nello spazio vitale rispettando, ancora reciprocamente, sia il proprio che quello dell'altro, nonché quello della coppia. 


28 febbraio 2017

il giorno dopo l'eutanasia

Il giorno dopo vorrei dire qualcosa anch'io.
Il giorno dopo sento il desiderio di espormi su qualcosa di tanto intimo quanto lecito come il desiderio di vivere e/o morire. 
Lo faccio in virtù della libertà di espressione innanzitutto, nel rispetto della mia e delle altrui idee. 
Lo faccio in quanto cittadina italiana che si assume la responsabilità della propria vita.
Lo faccio in quanto pedagogista, ossia, professionista che ha scelto di lavorare con l'Altro, per l'Altro.
Prima alcune premesse.
Numero uno. Amo profondamente la vita, mi impegno a rispettarla in ogni sua manifestazione, la vivo appieno, godendo di ogni singolo, prezioso, irripetibile istante; la difendo e la sostengo con gratitudine e consapevolezza. Mi sento fortunata perché sono viva e perché sento forte il sentimento della vita. 
Numero due. Nonostante il retaggio cattolico e la scelta della filosofia buddista, credo di poter sostenere di essermi costruita, negli anni, una morale secolare, scevra - per quanto possibile, sganciata - per quanto ne sia cosciente, da dogmi e rigide regole pre-strutturate, suggerite, date. 
Numero tre. Il profondo e permanente lavoro avviatosi qualche anno fa concernente l'apertura all'esistenza in ogni sua forma ed espressione, mi ha permesso e mi sta permettendo di guardare e accogliere tanto la gioia quanto la sofferenza, tanto la soddisfazione quanto la frustrazione, tanto la vita quanto la morte. Per quello che sono, vale a dire allenando la sospensione del giudizio, sempre, ad ogni occasione. 
Ciò detto, vorrei dire che trovo fuori luogo giudicare la scelta di chi, sentendosi un vegetale, decide di non voler più esistere a quelle condizioni. Trovo fuori luogo giudicare la scelta di chi, nella sua facoltà cognitiva, decide che il tempo così non è più degno di essere attarversato. Trovo fuori luogo giudicare la scelta di chi, non essendo più in capacità di costruire la sua esistenza, decide di porvi fine. 
Ho fatto uno degli esercizi base per lo sviluppo del muscolo empatico: mi sono immaginata di perdere l'uso di tutto il mio corpo ad eccezione delle funzioni cognitive, alimentata artificialmente, espletando le funzioni fisiologiche artificialmente, respirando artifcialmente. Mi sono immaginata al buio dopo aver vissuto anni nella luce della primavera della mia vita. La prima sensazione che ho provato è stata di soffocamento. Ma non mi è bastato, ho fatto un passo più in là, ho immaginato di sentirmi soffocare per qualche minuto, per giorni, sempre con la speranza che venisse meno, quella mancanza d'aria. Ho insistito e mi sono immaginata al buio, invisibilmente legata, con il senso di soffocamento per settimane, mesi, poi anni. 
Non condivido la conclusione a cui sono arrivata perché non ha importanza, non è lo scopo di queste righe. Trovo che sarebbe bello se ciascuno, prima di dire, giudicare, accusare, additare, provasse a sperimentare il silenzio del rispetto di una scelta - quella di morire - raggiunta camminando nelle proprie scarpe, sul proprio sentiero, guardando il mondo e la vita con i propri occhi e non con quelli altrui. 
Mi piacerebbe che il diritto alla vita fosse visto e considerato come - anche - diritto alla morte.

Per il momento in Italia è prevista la possibilità di redigere il cosiddetto "testamento biologico" ove dichiarare a quali trattamenti sanitari non si dà autorizzazione in caso di mancata possibilità di affermare la propria volontà.
Questo uno dei link presso i quali è possibile recuperare il modulo del testamento biologico:

https://www.associazionelucacoscioni.it/cosa-facciamo/fine-vita-e-eutanasia/testamento-biologico/ 



17 febbraio 2017

Rabindranath Tagore - La vera essenza della vita

Dello sguardo monoprospettico, dell'autoreferenzialità esasperata, del non ascoltare(si).
Di questo mi parlano le parole di Tagore.




“Perché la lampada si spense?
La coprii col mantello
per ripararla dal vento,
ecco perché la lampada si spense.

Perché il fiore appassì?
Con ansioso amore
me lo strinsi al petto,
ecco perché il fiore appassì.

Perché il ruscello inaridì?
Lo sbarrai con una diga
per averlo solo per me,
ecco perché il ruscello inaridì.

Perché la corda dell’arpa si spezzò?
Tentai di trarne una nota
al di là delle sue possibilità,
ecco perché la corda si spezzò.”


R. Tagore

Philadelphia Dance Studio - video

Condivido questo video perché credo fermamente nella necessaria, fondamentale, centrale ed inevitabile partecipazione da parte di entrambi i genitori alla vita dei propri figli.
Bellissima iniziativa di una scuola di danza americana che ha organizzato una lezione di danza classica padre-figlia. Un'idea divertente accolta da padri aperti e disponibili alla messa in gioco, capaci di confrontarsi con il limite, la difficoltà, la frustrazione. Nella condivisione di uno spazio così speciale questi genitori stanno insegnando - ed allo stesso tempo imparando - l'importanza della presenza di ciascuno nella vita dell'altro, a prescindere da ciò che si sente adeguato alle proprie caratteristiche e capacità.
I limiti di genere sono una costruzione culturale che inibisce la naturale policromaticità dell'esistere insieme.
Tutta la mia stima per questi uomini, preziosi papà per il mondo.


 https://www.youtube.com/watch?v=Y9E4PYUNN9I

09 febbraio 2017

Umberto Galimberti - Io e l'Altro (video)

https://www.youtube.com/watch?v=5-mC5rt0Ba4

Un interessantissimo Umberto Galimberti, illuminante.
Buona visione!

04 febbraio 2017

Settimana 5/ 2017 - Sul vuoto (parte IV)

E' di nuovo sabato, il primo del mese di febbraio, e noi riprendiamo il viaggio intorno al mondo delle categorie esistenziali. Questa settimana concludiamo le riflessioni sulla categoria del vuoto che, ricordo, nelle settimane precedenti è stata guardata dal punto di vista dello spazio fisico potenzialmente generativo, poi come spazio grazie al quale la relazione diadica trova respiro, e, infine, il vuoto come non-presenza di prole o come partenza di questa verso la realizzazione della propria esistenza. 
Oggi la proposta ricade sul vuoto come non-presenza permanente, il vuoto generato dalla morte. Categoria delicata, troppo delicata per poter essere anche solo abbozzata in qualche riga. Come sempre è un invito, quello che propongo qui, a riflettere su quale è il significato della morte per ciascuno.
Possiamo dire che è dimensione della vita in quanto tale, vertigine ineluttabile, condizione imprescindibile di ciò che esiste, forse potremmo dirla, la morte, come il compimento della vita e per questo vuoto, mancanza di uno spazio che prima era pieno.
La morte allora come spazio fisico svuotato, come un abbraccio che fallisce, uno sguardo che non sa dove agganciarsi, una voce che smette di risuonare. Un vuoto che necessita di nuovi assetti, nuovi riferimenti, nuove lenti per guardare il quotidiano, l'abitudine, il domani.
Soprattutto, segno della fugacità, dell'imprevedibilità e dell'impermanenza dell'esistere, dell'esserci, a sottolineare quindi la preziosità della singolarità del momento presente, ossia occasione per "prendere coscienza del valore infinito del momento presente, del valore infinito dei momenti di oggi, ma anche del valore infinito dei momenti di domani, che saranno accolti con gratitudine come una fortuna insperata" (P. Hadot, La filosofia come modo di vivere).
A questo serve l'essere mortali, finiti, fragili, a coltivare cioè ogni istante il sentimento di gratitudine per il solo fatto di essere vivi come anche per il fatto di aver vissuto quel qualcosa che è finito, non esiste più.
Ciò vale infatti per la morte di qualcuno così come per la morte - o fine - di qualcosa,indistintamente.
La finitezza è la possibilità che abbiamo di vedere la straordinaria bellezza della vita, anche quando parla il linguaggio atroce della perdita.



 

23 gennaio 2017

Presentazione e avvio nuovo progetto di Pratiche Filosofiche

Buona domenica a tutt*!
Scrivo per segnalare l'avvio del progetto di introduzione alle pratiche filosofiche rinnovate che sarà curato dalla sottoscritta e da Andrea Ignazio Daddi.
Incontri gratuiti della durata di due ore proposti il sabato mattina.
Luogo di riferimento circolo Vega Arciragazzi sito in Salita Famagosta 3r (nei pressi di Salita Santa Brigida, Via Balbi).
Un'iniziativa pensata per sperimentare la filosofia.

Vi aspettiamo numerosi!

16 gennaio 2017

Settimana 3/ 2017 - Sul vuoto (parte III)

Buongiorno, Buon Lunedì e Buon inizio di settimana (già la terza di questo nuovo anno). 
Con un pò di ritardo sulla tabella di marcia riprendiamo come promesso la passeggiata intorno alla categoria del vuoto. Nelle settimane precedenti abbiamo guardato il vuoto come spazio all'interno del quale si genera la vita, poi abbiamo considerato il vuoto all'interno della relazione diadica come la dimensione che permette l'esistere dei due soggetti nella possibilità di creare, generare, approssimar-si. Oggi la riflessione sul vuoto viaggia sui binari della genitorialità, ovvero, guarderemo ad esso in relazione al figlio. Il vuoto del figlio che si è desiderato e non è arrivato, il vuoto del figlio che si è scelto di non avere e, infine, il vuoto del figlio che prende la sua strada abbandonando il nucleo familiare d'origine. Duccio Demetrio e Francesca Rigotti scrivono nell'introduzione al testo 'Senza figli - una condizione umana' che "essere senza figli, dopo averli avuti o da sempre, credere di aver trovato le soluzioni alternative segna non poco il nostro modo di pensare, di amare nonostante tutto, di attendere la morte".
Del vuoto del figlio che se ne va per sempre - più generalmente del vuoto legato alla morte - parleremo settimana prossima, ché mi pare meriti uno spazio a parte.
Sul procreare, il generare prole che rimanga testimonianza del nostro passaggio, sulle responsabilità, le paure, le difficoltà e le trasformazioni importanti cui questo rimanda si potrebbero dedicare settimane, mesi, anni oserei dire, di riflessioni e studio. Qui naturalmente ci concederemo solo una bozza di domande sull'argomento, che sono molte, si affastellano una sull'altra, tutte legittime, e come sempre non si cercherà di darvi risposte ma solo stimoli alla riflessione.
Le prime, in quanto donna senza prole, che mi vengono in mente sono: quando e quanto un figlio viene desiderato per colmare, riempire un vuoto fisico, psichico, emotivo? Quando e quanto si anela alla genitorialità come condizione necessaria all'accettazione ed all'approvazione da parte della società in quanto membri di essa? "Saremo considerati ancora adulti dimezzati, non avendo ottemperato alle convenzioni sociali, alla missione genetica?" Quando è scelta consapevole, la genitorialità/non genitorialità, e quando invece è ripiego?
Ma soprattutto, cosa farne di quella sensazione di vuoto o svuotamento per ciò che non è stato colmato e vissuto e ciò che dopo essere stato a lungo vissuto se ne va? Dove e come condurrà lo spaesamento per questo progetto non compiuto o volto al termine?
Possiamo rimanere "eternamente figli di noi stessi, incapaci di diventare genitori della nostra sofferenza", oppure possiamo scegliere di approfondire la conoscenza, la consapevolezza del nostro sentire che orienta le nostre scelte. Ma possiamo anche rimanere "donne e uomini a metà. Si è tali quando i figli non li abbiamo, o quando facciamo finta che la cosa non ci riguardi. Se altri campi del sapere, come investiti di un compito ragionieristico, si accontentano di registrare i fenomeni dell'esistenza, di medicarli e metterli a tacere, la sensibilità filosofica contesta tutto questo. Si rivolge a coloro che nella critica, nel dubbio, nella coscienza di esserci vedono una condotta virtuosa che tante altre ne riassume. Da perseguire all'insegna di nessun altro tornaconto che non sia una maggiore consapevolezza di esistere". 

Demetrio e Rigotti chiudono con queste parole che sento di sposare: "i sentimenti provati verso l'assenza dei figli [...], lungi dal contrarre o annichilire la vita emotiva, l'espongono a possibilità nuove del sentire, a domande di significato inusuali. Questo è il nostro auspicio. L'aprono a scoperte completamente ignote agli stati d'animo e mentali di pienezza, di sazietà, di tranquillità, di compiutezza che l'esistenza sa donarci. [...] purché, dinanzi ad ogni epilogo, abbia il sopravvento la generatività dell'inizio, seppur dolente, nelle forme che riusciremo a trovare". 

Intervista a Francesco De Bartolomeis

Buongiorno a tutt*,
chiuso il periodo di festività si riprendono i ritmi consueti, sempre un pò affannati poiché piacevolmente pregni di tante, tantissime cose da vivere. D'altro canto, se non fosse così non mi piacerebbe.
Quindi, dopo le ultime due settimane di stand-by ritornano le proposte di riflessione settimanale accompagnate da alcune importanti novità!
Intanto condivido l'intervista a Francesco De Bartolomeis, pedagogista e critico d'arte, sperando che sia per voi occasione di riflessione.
Ringrazio la mia amica Eva per la segnalazione dell'articolo.
Buona lettura!

http://www.lastampa.it/2017/01/12/cronaca/il-luminare-che-nuota-a-anni-il-mio-segreto-la-curiosit-RqtkDxbqeR4R78nkbHCFmL/pagina.html