26 giugno 2021

Lezioni di volo - IV


 Quarto ed ultimo appuntamento con questo piccolo, bellissimo albo illustrato.

Per chiudere ho scelto l'immagine del piccolo uccellino che, con il becco rivolto verso il cielo, guarda le stelle. La frase che accompagna l'immagine recita così:

Non è necessario raggiungere le stelle, per toccare il cielo.

 Potremmo anche girare l'affermazione e dire che non è necessario toccare il cielo per raggiungere le stelle. 

Quale che sia l'ordine delle parole mi pare che si possa intuire un invito intanto a sollevare il capo anziché rivolgerlo sempre verso il basso; alzare il capo e usare gli occhi anche per guardare le stelle, le nuvole, il cielo blu e quello grigio. Un movimento piccolo ma grande che permette di aprire il cuore, lo sguardo, la prospettiva.

Oltre a ciò credo che tra le poche parole di questa frase si possa cogliere anche l'insegnamento per cui non è necessario fare grandi cose, raggiungere straordinari obiettivi, compiere imprese mastodontiche per essere felici, per sentirsi grati, per sentire la gioia di esserci quanto piuttosto coltivare piccoli spazi, abitudini, gesti, sguardi - appunto - capaci di allenarci alla felicità, alla gratitudine, alla gioia di esserci. 

Iniziando da piccoli, piccolissimi, per percepire sin da subito un terreno solido, in grado di sostenere il volo tra le stelle che spalanca gli orizzonti della mente e della vita. 

17 giugno 2021

Lezioni di volo - III

 

Eccoci alla terza "Lezione di volo" su uno degli argomenti più interessanti per me, in qualità di pedagogista: 


Il fallimento ci rende più forti, forse.


Intanto cosa intendiamo per fallimento?

Cosa vuol dire 'ci rende'? 

Cosa vuol dire forti? E più forti?

Forse?

Fallimento trova la sua radice etimologica nella parola 'inganno', che a sua volta porta al gioco, allo scherzo. Si potrebbe aprire una lunga parentesi sul senso pedagogico ed esistenziale legato al gioco come esercizio all'errore, al fallimento, al mancato raggiungimento dell'effetto desiderato, ma non lo farò. Il senso però mi pare sia abbastanza chiaro: fallire dice di un bersaglio mancato, di qualcosa che si desiderava afferrare ma non si è riusciti a

Questo non lascia indifferenti così come perdere ad un gioco non lascia indifferente nessun bambino. L'effetto che il dispiacere, la frustrazione, a volte anche la rabbia ha su di noi lo abbiamo imparato innanzitutto giocando, ma anche relazionandoci con l'altro e con ulteriori scenari immaginati come possibili rilanci, nuovi tentantivi. 

Quante volte, dopo aver perso, un bambino chiede di giocare ancora? 

E poi ancora finché non riuscirà a spuntarla? 

C'è chi dopo due sconfitte si abbatte e si intristisce e chi invece vuole riprovare, chi rinuncia al terzo tentativo e chi invece non demorde e insiste finché non riesce nell'impresa della vittoria o non si stufa. 

Osservare la reazione di un bambino alla sconfitta al gioco può darci un'indicazione della sua inclinazione rispetto al fallimento. 

E noi adulti che bambin* siamo stat*? Ci ricordiamo come reagivamo quando perdevamo? 

E' interessante fare questo piccolo esercizio di rammemorazione e spostarsi poi nel presente per verificare cosa è rimasto del* bambin* che siamo stati. 

Cosa vuol dire forti? 

Per me, essere capaci di stare nella frustrazione della mancanza senza perdere il desiderio, l'afflato, la percezione della bellezza. 

E più forti? 

Per me significa essere capaci di stare nella frustrazione delle mancanze enormi, quelle che fanno tremare la terra sotto ai piedi, senza perdere il desiderio, l'afflato, la percezione della bellezza.

Il forse che fa da chiosa sta ad indicare che certo non è il fallimento di per sé a renderci più forti - leggi anche: maggiormente capaci di stare con quel che c'è - quanto piuttosto la nostra disponibilità ad accogliere l'errore come esercizio di trascendenza del negativo, o, detto altrimenti, come occasione per imparare ad aggiustare il tiro senza perdere la fiducia e la volontà di mettersi in gioco ancora ché in fondo sbaglia solo chi fa ed è sbagliando che si misura il proprio limite, per conoscersi meglio e sfidarsi nuovamente.


10 giugno 2021

Lezioni di volo - II

 
 
La seconda lezione di volo la dedichiamo alla riflessione su queste due righe:
 
"Qualche volta il passato ci impedisce 
di vedere dove stiamo andando".
 
    Mi sono chiesta cosa volesse dire e, riflettendo sul lavoro di consulenza che svolgo in qualità di pedagogista, mi sono data questa possibile risposta tra tutte quelle che non ho contemplato e che possono essere altrettanto legittime.
 
    Ho pensato ai lacci rappresentati da situazioni traumatiche, di incuria o di eccessiva presenza e direttività vissuta nella propria infanzia che vengono alla luce quando da figli si inizia a diventare adulti ma soprattutto quando si avanza nella scoperta del ruolo genitoriale. Infatti, assolvere il compito della genitorialità comporta inevitabili rispecchiamenti con gli stili educativi dei propri genitori, quel modus educandi che abbiamo respirato, vissuto, assimilato. 
Nel rispecchiamento non riesco a distinguere me stessa dall'immagine riflessa e dunque mi riesce molto difficile capire cosa e perché mi spinge a comportarmi proprio come si comportava mia madre o mio padre e che, a distanza di anni, mi sovviene ancora alla mente con un certo disagio o del disappunto. 
Mi riferisco a tutti quei condizionamenti, le idee, i pregiudizi, le abitudini, i tempi, i divieti, le paure con cui ci è stato insegnato a stare al mondo.
I lacci che impediscono una libera espressione di sé - come essere umano e come genitore - non li abbiamo indossati da soli, ci sono stati messi addosso, certo è però che sta a noi imparare a liberarcene per non continuare inconsapevolmente a stringerne di nuovi intorno ai nostri figli. 
E' un esercizio che dura una vita intera e che richiede coraggio e tanta pazienza, una buona apertura di cuore e di occhi allo stesso tempo, per vedere dove siamo e per sentire dove vogliamo andare. 
E' una responsabilità nei confronti di noi stessi ma anche di chi mettiamo al mondo. 
 
 

03 giugno 2021

Lezioni di volo - I

 

        In un'antica libreria di Parma, qualche giorno fa, ho scovato un libriccino che ho deciso di acquistare per la bellezza e la semplicità delle sue pagine: Lezioni di Volo, di Pirkko Vainio.
Ho pensato di condividere ogni settimana per un mese quattro immagini con didascalia, rintracciando in esse un insegnamento, un piccolo esercizio di meditazione o semplicemente un'occasione di confronto e scambio.

Dedicato all'educazione dei piccoli ma anche dei "grandi" ché, si sa, di imparare non si smette mai!


LEZIONE DI VOLO N. 1


Mi piace aprire questo breve cammino con quella che riconosco essere una piccola ma importantissima verità:

"Ciascuno di noi si affaccia alla vita in modo diverso".

Cosa significa?

Che le tracce biografiche, i segni che caraterizzano la vita intrauterina, il processo di venuta al mondo, il contesto nel quale si aprono gli occhi, quello che si vede, le persone con le quali si interagisce, gli odori, i sapori che si sperimentano, il tono delle voci che si ascoltano, le cose che si toccano e quelle che non si toccano e si declinano come desideri nel tempo, e poi gli spazi che vengono abitati, i luoghi attraverso cui si viaggia, ciò verso cui si impara ad orientare l'attenzione e ciò da cui invece si impara a prendere le distanze, quello che viene a mancare, quello che arriva come un dono, le ferite antiche e quelle nel presente; insomma, tutto ciò che esiste e che non esiste nella vita di un essere umano tratteggia un'esistenza unica e irripetibile determinata da uno sguardo anch'esso unico e irripetibile e un pluriverso desiderante e respingente di nuovo, ancora, unico e irripetibile.

        Per far sì che ciascuna vita viva una vita degna e fiorita è necessario il primo passo verso: accettarne la singolarità, ossia la diversità da noi, la probabile - e aggiungo auspicabile - deviazione dalle nostre aspettative, accoglierne l'espressione come regalo e accettarlo con gratitudine, anche e soprattutto quando la sua alterità impone una messa in discussione del nostro modus, del nostro angolo di parallasse.
Esercizio questo potenzialmente senza fine che nei confronti dei figli si traduce in responsabilità genitoriale ma anche, questa volta nei confronti di chiunque, diritto di ciascuno ad essere ciò che è.

 
 
Immagine tratta da:
Lezioni di volo
Pirkko Vainio
Edito da Clavis - VIII edizione