Buongiorno a tutt*,
con qualche giorno di ritardo eccomi con la proposta di questa settimana.
Dato che sono rientrata ieri da un viaggio a lungo desiderato e voluto, la proposta di riflessione non può che ricadere sulla categoria
del viaggio e dell'atto del viaggiare.
Diversamente da quanto fatto fino ad ora, oggi non condivido parole di nessuno relativamente a ciò, ma qualora
qualcuno desiderasse farlo è il benvenuto. Preferisco, oggi, lasciare che
ciascuno rintracci in sé i mondi che gravitano intorno alla categoria
del viaggio. Cosa c'è nel viaggio? Quali emozioni, quali pensieri, quali
aspettative? Quali cambiamenti dopo? E prima? Cosa nasce, vive e muore
dentro e durante il momento di dislocazione spazio-temporale?
E
quando il viaggio non prevede alcuno spostamento nello spazio, quando
resto dove sono fisicamente e viaggio in un senso altro, interiore, cosa
accade? Cosa incontro?
Il viaggio per me è curiosità, scoperta, esplorazione, gioco, apertura, movimento, sempre trasformazione. Il viaggio è una scelta, una scelta che mi pone davanti a ciò che desidero condurre con me, ciò che voglio lasciare indietro. Scelgo, quando viaggio, cosa è importante per me, cosa è mio, cosa è me.
Per voi cos'è il viaggio? Cosa rappresenta?
30 novembre 2016
19 novembre 2016
Settimana 46/ 2016 - Sulla gratitudine
Quest'oggi la proposta riguarda una delle categorie che mi stanno più a cuore, mi riferisco alla gratitudine. Nella mappa dell'esistere che nel tempo mi sono costruita - come essere umano innanzitutto, come pedagogista poi - il sentimento della gratitudine ricopre un ruolo centrale, fondamentale, costitutivo.
Approfitto delle parole di Luigina Mortari che, nel suo testo "Aver cura di sé" scrive:
'Saper esprimere gratitudine, ad altro, al buono materiale e spirituale che accende di energia vitale il nostro essere, è un movimento dell'anima che ha l'effetto di riconciliare col mondo. Di fronte al senso di angoscia che può arpionare l'anima quando la fatica del vivere sembra insostenibile Plutarco (La serenità interiore, 9) suggerisce di coltivare la capacità di avere gratitudine per la vita. Essere capaci di gratitudine distende l'anima e sembra quasi che la renda capace di toccare le cose.'
Gratitudine non significa ringraziare chinando il capo passivamente, il suo siginificato è da rintracciare invece nel riconoscimento del valore che ogni singolo evento, ogni presenza così come ogni mancanza hanno, poiché è grazie a tutto ciò che fa della nostra esistenza il tempo e lo spazio che viviamo a darci la possibilità di vivere. Vivere con intensità, vivere con pienezza, vivere con la possibilità di crescere, tendersi apicalmente, es-tendersi. Un puzzle esiste grazie al fatto che non manca neanche uno dei pezzi che lo compongono, ci sono tutti, quelli che definiscono il contorno di una figura importante, centrale, e quelli che rimangono sul bordo, anche i pezzi neri di un fondo nero all'angolo, apparentemente privi di improtanza, sono fondamentali per definire il puzzle completo. Allo stesso modo funziona nell'esistenza di ciascuno: ci sono pezzi importanti, di rilievo e altri più marginali, magari difficili da incastrare, da sistemare, ma necessari anch'essi. Riuscire a ringraziare anche questi, anche la difficoltà che sperimentiamo grazie ad essi, apre ad orizzonti di libertà, gioia ed espansione totale di sé.
Non è facile, ma è possibile.
Provare per credere. O credere per provare.
Sono, come sempre, a disposizione per confronti sul tema.
Auguro a tutt* un felice weekend di pieno autunno.
12 novembre 2016
Settimana 45/ 2016 - Geoffrey Chaucer
Questa settimana la proposta cade su una categoria che, non a caso,
sento riguardarmi molto da vicino in questo momento della mia vita.
Le parole le prendo in prestito da una figura di grande rilievo nella cultura letteraria inglese del Quindicesimo secolo, mi riferisco a Geoffrey Chaucer che scrive, a proposito del sentimento d'Amore:
"La vita così breve, l'arte così lunga da imparare, il tentativo così difficile, la conquista così intensa, la gioia trepidante che scivola via così rapida - con tutto questo io intendo l'amore, che mi riempie di un così profondo stupore con la sua opera prodigiosa, che quando ci penso, a stento capisco se dormo o son desto".
Senza scivolare nella retorica e nella banalità, mi piacerebbe riflettere con attenzione sulla presenza e sul significato che ciascuno dà alla categoria dell'Amore. Cosa è, dove si percepisce, dove la si colloca, come ciascuno sente di connotarla.
Cos'è Amore? Mi viene in mente Socrate, il quale racconta a Fedro di come esso agisce sugli esseri animati... Magari le leggiamo la prossima settimana le splendide parole con cui Socrate disegna Amore.
Per ora potremmo rimanere sull'apicalità della vita intesa come Amore, tensione verso l'alto, movimento che eleva, esalta, apre, illumina.
Per questo nella mia categoria di Amore non entra il possesso, la violazione, la violenza, la restrizione, la costrizione. Nella mia categoria di Amore entrano, invece, l'orizzonte condiviso, l'apertura, l'accrescimento ed il potenziamento della mia possibilità, la reciprocità, la libertà.
Sul fare dell'imbrunire rinnovo la mia disponibilità a discuterne insieme, per approfondirne le afferenze educative e formative.
Le parole le prendo in prestito da una figura di grande rilievo nella cultura letteraria inglese del Quindicesimo secolo, mi riferisco a Geoffrey Chaucer che scrive, a proposito del sentimento d'Amore:
"La vita così breve, l'arte così lunga da imparare, il tentativo così difficile, la conquista così intensa, la gioia trepidante che scivola via così rapida - con tutto questo io intendo l'amore, che mi riempie di un così profondo stupore con la sua opera prodigiosa, che quando ci penso, a stento capisco se dormo o son desto".
Senza scivolare nella retorica e nella banalità, mi piacerebbe riflettere con attenzione sulla presenza e sul significato che ciascuno dà alla categoria dell'Amore. Cosa è, dove si percepisce, dove la si colloca, come ciascuno sente di connotarla.
Cos'è Amore? Mi viene in mente Socrate, il quale racconta a Fedro di come esso agisce sugli esseri animati... Magari le leggiamo la prossima settimana le splendide parole con cui Socrate disegna Amore.
Per ora potremmo rimanere sull'apicalità della vita intesa come Amore, tensione verso l'alto, movimento che eleva, esalta, apre, illumina.
Per questo nella mia categoria di Amore non entra il possesso, la violazione, la violenza, la restrizione, la costrizione. Nella mia categoria di Amore entrano, invece, l'orizzonte condiviso, l'apertura, l'accrescimento ed il potenziamento della mia possibilità, la reciprocità, la libertà.
Sul fare dell'imbrunire rinnovo la mia disponibilità a discuterne insieme, per approfondirne le afferenze educative e formative.
07 novembre 2016
Settimana 44/ 2016 - Plutarco
5 novembre
In questa giornata autunnale che vede sul suo palcoscenico il freddo, la pioggia e il vento come attori principali, l'invito è quello di fermarsi un attimo ad ammirare e contemplare con quanto di meraviglioso la natura ci avvolge.
Le parole di questa settimana sono di Plutarco e dicono questo:
"Il mondo è il più sacro e il più divino di tutti i templi.
L'uomo vi è introdotto dalla nascita per essere lo spettatore non già di statue artificiali e inanimate, ma di quelle immagini sensibili delle essenze intelligibili... che sono il sole, la luna, le stelle, i fiumi la cui acqua scorre sempre nuova e la terra che fa crescere l'alimento delle piante e degli animali.
Una vita che sia iniziazione a questi misteri e rivelazione perfetta deve essere colma di lode e di gioia".
Per sentirci parte del tutto, in quel movimento verso l'intero a cui tutti, ciascuno a modo suo, aneliamo.
In questa giornata autunnale che vede sul suo palcoscenico il freddo, la pioggia e il vento come attori principali, l'invito è quello di fermarsi un attimo ad ammirare e contemplare con quanto di meraviglioso la natura ci avvolge.
Le parole di questa settimana sono di Plutarco e dicono questo:
"Il mondo è il più sacro e il più divino di tutti i templi.
L'uomo vi è introdotto dalla nascita per essere lo spettatore non già di statue artificiali e inanimate, ma di quelle immagini sensibili delle essenze intelligibili... che sono il sole, la luna, le stelle, i fiumi la cui acqua scorre sempre nuova e la terra che fa crescere l'alimento delle piante e degli animali.
Una vita che sia iniziazione a questi misteri e rivelazione perfetta deve essere colma di lode e di gioia".
Per sentirci parte del tutto, in quel movimento verso l'intero a cui tutti, ciascuno a modo suo, aneliamo.
Settimana 43/ 2016 - Sul piangere
La proposta questa volta riguarda la riflessione sull'atto del piangere,
evento che scuote, rinnova, scioglie, turba, sia che esso venga
scaturito da un moto di gioia sia che derivi da una profonda sofferenza.
Ho pensato a tre autori diversi che si esprimono nei confronti dell'azione del piangere in modi differenti.
Il primo è Alexander Lowen e scrive in 'Arrendersi al corpo':
"Vivere la nostra vita pienamente da esseri umani richiede la capacità di piangere liberamente e profondamente. Se si riesce a piangere liberamente e profondamente, non c'è confusione, né disperazione, né tormento. Le nostre lacrime e i nostri singhiozzi ci purificano, rinnovano il nostro spirito in modo che possiamo provare di nuovo la gioia".
Il secondo contributo è di Silvana Pelusi ed è riportato in 'Attraversare la cura':
"Vorrei poter dire che forse nel pianto vi è anche lo smacco della nostra volontà di potenza e la compassione per i nostri limiti".
Infine Michael White dichiara in 'La terapia come narrazione' un altro aspetto dell'atto di piangere:
"Se piangi dentro e non fuori contemporaneamente annegherai la tua forza".
Mi pare si possano dire del piangere diverse cose: innanzitutto della sua necessità, della sua naturale manifestazione che, anzi, diventa un'urgenza, una indispensabile espressione della propria interiorità, del proprio mondo profondo. Il pianto come dimensione emozionale imprescindibile, poiché ne derivano scioglimento della tensione, liberazione della rabbia così come di una gioia intensa, quindi ordine e nuovo spazio per nuove emozioni. Piangere è anche, come suggerisce Pelusi, una presa di coscienza rispetto ai propri limiti, alla fallibilità e alla finitezza propria dell'esistenza, la sua imperfettibilità. Quindi atto di profonda compassione verso se stessi. Un'apertura, aggiungerei, all'intimità dei propri sentimenti.
In quanto pedagogista non posso non connettere tutto ciò con l'educazione e la formazione dell'essere umano, detto altrimenti, non posso non evidenziare strette connessioni tra la negazione, la demonizzazione e la privazione dell'atto di piangere e la dis-educazione e la de-formazione dell'essere umano, soprattutto in riferimento all'aspetto affettivo-sentimentale.
E ciascuno di noi che rapporto ha con il pianto? Riesce a piangere? Quando? In modo esposto oppure nascosto?
Rinnovo la mia disponibilità a parlarne con chiunque lo desideri.
Ho pensato a tre autori diversi che si esprimono nei confronti dell'azione del piangere in modi differenti.
Il primo è Alexander Lowen e scrive in 'Arrendersi al corpo':
"Vivere la nostra vita pienamente da esseri umani richiede la capacità di piangere liberamente e profondamente. Se si riesce a piangere liberamente e profondamente, non c'è confusione, né disperazione, né tormento. Le nostre lacrime e i nostri singhiozzi ci purificano, rinnovano il nostro spirito in modo che possiamo provare di nuovo la gioia".
Il secondo contributo è di Silvana Pelusi ed è riportato in 'Attraversare la cura':
"Vorrei poter dire che forse nel pianto vi è anche lo smacco della nostra volontà di potenza e la compassione per i nostri limiti".
Infine Michael White dichiara in 'La terapia come narrazione' un altro aspetto dell'atto di piangere:
"Se piangi dentro e non fuori contemporaneamente annegherai la tua forza".
Mi pare si possano dire del piangere diverse cose: innanzitutto della sua necessità, della sua naturale manifestazione che, anzi, diventa un'urgenza, una indispensabile espressione della propria interiorità, del proprio mondo profondo. Il pianto come dimensione emozionale imprescindibile, poiché ne derivano scioglimento della tensione, liberazione della rabbia così come di una gioia intensa, quindi ordine e nuovo spazio per nuove emozioni. Piangere è anche, come suggerisce Pelusi, una presa di coscienza rispetto ai propri limiti, alla fallibilità e alla finitezza propria dell'esistenza, la sua imperfettibilità. Quindi atto di profonda compassione verso se stessi. Un'apertura, aggiungerei, all'intimità dei propri sentimenti.
In quanto pedagogista non posso non connettere tutto ciò con l'educazione e la formazione dell'essere umano, detto altrimenti, non posso non evidenziare strette connessioni tra la negazione, la demonizzazione e la privazione dell'atto di piangere e la dis-educazione e la de-formazione dell'essere umano, soprattutto in riferimento all'aspetto affettivo-sentimentale.
E ciascuno di noi che rapporto ha con il pianto? Riesce a piangere? Quando? In modo esposto oppure nascosto?
Rinnovo la mia disponibilità a parlarne con chiunque lo desideri.
Non mi resta che augurare una splendida catarsi a tutti, senza paura.
Settimana 42/ 2016 - Luigina Mortari
La seconda proposta di riflessione è rappresentata dalle parole di Luigina Mortari, l'idea è quella di stare un pò con se stessi, per se stessi.
Mortari scrive:
"L'amore di sé è passione per la chiamata che si sente premere sulla coscienza, a diventare la migliore forma possibile del proprio essere."
Anche oggi il desiderio di condivisione è mosso dal farsi domande più che dal darsi risposte, sempre orientati verso un movimento più o meno lento, un dinamismo interiore che aiuta a crescere quindi a vivere.
Ciò detto, personalmente leggo nelle parole di Mortari l'elemento centrale dal quale è possibile far emergere l'eidos di autenticità di sé e del proprio essere al mondo, nel mondo.
Chi sono io davvero? Qual è la mia nudità essenziale? Cosa rimane una volta tolto il soprabito, il maglione, la camicia, l'abito che abbiamo imparato ad indossare o che ci hanno cucito addosso (con o senza consapevolezza)? Sotto a tutto questo cosa/chi c'è? Dopo essersi spogliati delle aspettative altrui, dei ruoli attribuiti da altri, delle idee in cui siamo nati cresciuti e vissuti, cosa rimane? Quali desideri, ruoli, spazi e idee riconosciamo essere una nostra scelta e non un condizionamento altrui?
Ma soprattutto, fino a che punto è possibile spogliarsi, liberarsi, guardarsi, vedersi?
Ciò che conta, a mio avviso, è sentire sempre una tensione verso, coltivare con cura lo spirito di ricerca che sempre rinnova la domanda su di sé, in un moto d'amore che alimenta la spirale senza fine dell'esprimere al meglio il mondo che si è.
E voi cosa ne pensate?
Mortari scrive:
"L'amore di sé è passione per la chiamata che si sente premere sulla coscienza, a diventare la migliore forma possibile del proprio essere."
Anche oggi il desiderio di condivisione è mosso dal farsi domande più che dal darsi risposte, sempre orientati verso un movimento più o meno lento, un dinamismo interiore che aiuta a crescere quindi a vivere.
Ciò detto, personalmente leggo nelle parole di Mortari l'elemento centrale dal quale è possibile far emergere l'eidos di autenticità di sé e del proprio essere al mondo, nel mondo.
Chi sono io davvero? Qual è la mia nudità essenziale? Cosa rimane una volta tolto il soprabito, il maglione, la camicia, l'abito che abbiamo imparato ad indossare o che ci hanno cucito addosso (con o senza consapevolezza)? Sotto a tutto questo cosa/chi c'è? Dopo essersi spogliati delle aspettative altrui, dei ruoli attribuiti da altri, delle idee in cui siamo nati cresciuti e vissuti, cosa rimane? Quali desideri, ruoli, spazi e idee riconosciamo essere una nostra scelta e non un condizionamento altrui?
Ma soprattutto, fino a che punto è possibile spogliarsi, liberarsi, guardarsi, vedersi?
Ciò che conta, a mio avviso, è sentire sempre una tensione verso, coltivare con cura lo spirito di ricerca che sempre rinnova la domanda su di sé, in un moto d'amore che alimenta la spirale senza fine dell'esprimere al meglio il mondo che si è.
E voi cosa ne pensate?
Settimana 41/ 2016 - Luce Irigaray
Ogni settimana propongo alcune parole sulle quali riflettere.
Riporto qui le prime quattro proposte pubblicate sulla mia pagina facebook (@saraolivabochpedagogista) ogni sabato mattina a partire dal 15 di ottobre.
Per motivi organizzativi non sono riuscita ad avviare il blog contestualmente alla pagina sul social network perciò recupero gli appuntamenti mancati nelle settimane scorse.
La prima riflessione che vi propongo è sulle parole di Luce Irigaray che scrive, in "La via dell'amore" (del quale consiglio la lettura):
'Più che un salto nell'abisso, perché non considerarlo come la scoperta, il disvelamento di un cielo ancora chiuso?'
Nella costante evoluzione, impermanenza e trasformazione dell'esistenza, il cambiamento genera sempre paura e disorientamento e ciò è molto naturale dal momento che nasciamo e cresciamo costruendo punti di riferimento, porti sicuri ai quali approdare. Ma è altrettanto vero che ogni singolo istante può stravolgerli facendoci avvertire un senso di smarrimento, sradicamento, perdita (un lutto, una relazione che finisce, la perdita del lavoro, della casa, per fare aluni esempi).
Come trovare allora la giusta misura tra l'una e l'altra dimensione? Come poter essere saldi e flessibili allo stesso tempo? Come guardare e vivere in modo sufficientemente buono (potremmo dire, forse, equilibrato?) il fluire dell'esistenza?
Senza pretendere di poter dare delle risposte bensì con l'intento di proporre suggerimenti, mi pare di riscontrare nelle parole di Irigaray una possibile via d'uscita rappresentata da un cambio di prospettiva: un'apertura verso qualcosa di interessante, nuovo ma non necessariamente spaventoso, buio e fondo come è un abisso ma alto e incredibilmente ricco come è, per l'appunto, il cielo.
Cosa ne pensate?
Riporto qui le prime quattro proposte pubblicate sulla mia pagina facebook (@saraolivabochpedagogista) ogni sabato mattina a partire dal 15 di ottobre.
Per motivi organizzativi non sono riuscita ad avviare il blog contestualmente alla pagina sul social network perciò recupero gli appuntamenti mancati nelle settimane scorse.
La prima riflessione che vi propongo è sulle parole di Luce Irigaray che scrive, in "La via dell'amore" (del quale consiglio la lettura):
'Più che un salto nell'abisso, perché non considerarlo come la scoperta, il disvelamento di un cielo ancora chiuso?'
Nella costante evoluzione, impermanenza e trasformazione dell'esistenza, il cambiamento genera sempre paura e disorientamento e ciò è molto naturale dal momento che nasciamo e cresciamo costruendo punti di riferimento, porti sicuri ai quali approdare. Ma è altrettanto vero che ogni singolo istante può stravolgerli facendoci avvertire un senso di smarrimento, sradicamento, perdita (un lutto, una relazione che finisce, la perdita del lavoro, della casa, per fare aluni esempi).
Come trovare allora la giusta misura tra l'una e l'altra dimensione? Come poter essere saldi e flessibili allo stesso tempo? Come guardare e vivere in modo sufficientemente buono (potremmo dire, forse, equilibrato?) il fluire dell'esistenza?
Senza pretendere di poter dare delle risposte bensì con l'intento di proporre suggerimenti, mi pare di riscontrare nelle parole di Irigaray una possibile via d'uscita rappresentata da un cambio di prospettiva: un'apertura verso qualcosa di interessante, nuovo ma non necessariamente spaventoso, buio e fondo come è un abisso ma alto e incredibilmente ricco come è, per l'appunto, il cielo.
Cosa ne pensate?
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