Occuparsi di formazione e educazione significa, inevitabilmente, inderogabilmente, occuparsi anche di politica, cioè della polis, della comunità e dele regole che permettono a ciascuno di convivere insieme agli altri.
Per chiudere ho scelto l'immagine del piccolo uccellino che, con il becco rivolto verso il cielo, guarda le stelle. La frase che accompagna l'immagine recita così:
Non è necessario raggiungere le stelle, per toccare il cielo.
Potremmo anche girare l'affermazione e dire che non è necessario toccare il cielo per raggiungere le stelle.
Quale che sia l'ordine delle parole mi pare che si possa intuire un invito intanto a sollevare il capo anziché rivolgerlo sempre verso il basso; alzare il capo e usare gli occhi anche per guardare le stelle, le nuvole, il cielo blu e quello grigio. Un movimento piccolo ma grande che permette di aprire il cuore, lo sguardo, la prospettiva.
Oltre a ciò credo che tra le poche parole di questa frase si possa cogliere anche l'insegnamento per cui non è necessario fare grandi cose, raggiungere straordinari obiettivi, compiere imprese mastodontiche per essere felici, per sentirsi grati, per sentire la gioia di esserci quanto piuttosto coltivare piccoli spazi, abitudini, gesti, sguardi - appunto - capaci di allenarci alla felicità, alla gratitudine, alla gioia di esserci.
Iniziando da piccoli, piccolissimi, per percepire sin da subito un terreno solido, in grado di sostenere il volo tra le stelle che spalanca gli orizzonti della mente e della vita.
Eccoci alla terza "Lezione di volo" su uno degli argomenti più interessanti per me, in qualità di pedagogista:
Il fallimento ci rende più forti, forse.
Intanto cosa intendiamo per fallimento?
Cosa vuol dire 'ci rende'?
Cosa vuol dire forti? E più forti?
Forse?
Fallimento trova la sua radice etimologica nella parola 'inganno', che a sua volta porta al gioco, allo scherzo. Si potrebbe aprire una lunga parentesi sul senso pedagogico ed esistenziale legato al gioco come esercizio all'errore, al fallimento, al mancato raggiungimento dell'effetto desiderato, ma non lo farò. Il senso però mi pare sia abbastanza chiaro: fallire dice di un bersaglio mancato, di qualcosa che si desiderava afferrare ma non si è riusciti a.
Questo non lascia indifferenti così come perdere ad un gioco non lascia indifferente nessun bambino. L'effetto che il dispiacere, la frustrazione, a volte anche la rabbia ha su di noi lo abbiamo imparato innanzitutto giocando, ma anche relazionandoci con l'altro e con ulteriori scenari immaginati come possibili rilanci, nuovi tentantivi.
Quante volte, dopo aver perso, un bambino chiede di giocare ancora?
E poi ancora finché non riuscirà a spuntarla?
C'è chi dopo due sconfitte si abbatte e si intristisce e chi invece vuole riprovare, chi rinuncia al terzo tentativo e chi invece non demorde e insiste finché non riesce nell'impresa della vittoria o non si stufa.
Osservare la reazione di un bambino alla sconfitta al gioco può darci un'indicazione della sua inclinazione rispetto al fallimento.
E noi adulti che bambin* siamo stat*? Ci ricordiamo come reagivamo quando perdevamo?
E' interessante fare questo piccolo esercizio di rammemorazione e spostarsi poi nel presente per verificare cosa è rimasto del* bambin* che siamo stati.
Cosa vuol dire forti?
Per me, essere capaci di stare nella frustrazione della mancanza senza perdere il desiderio, l'afflato, la percezione della bellezza.
E più forti?
Per me significa essere capaci di stare nella frustrazione delle mancanze enormi, quelle che fanno tremare la terra sotto ai piedi, senza perdere il desiderio, l'afflato, la percezione della bellezza.
Il forse che fa da chiosa sta ad indicare che certo non è il fallimento di per sé a renderci più forti - leggi anche: maggiormente capaci di stare con quel che c'è - quanto piuttosto la nostra disponibilità ad accogliere l'errore come esercizio di trascendenza del negativo, o, detto altrimenti, come occasione per imparare ad aggiustare il tiro senza perdere la fiducia e la volontà di mettersi in gioco ancora ché in fondo sbaglia solo chi fa ed è sbagliando che si misura il proprio limite, per conoscersi meglio e sfidarsi nuovamente.
In un'antica libreria di Parma, qualche giorno fa, ho scovato
un libriccino che ho deciso di acquistare per la bellezza e la
semplicità delle sue pagine: Lezioni di Volo, di Pirkko Vainio.
Ho pensato di condividere ogni settimana per un mese quattro immagini con didascalia, rintracciando in esse un insegnamento, un piccolo esercizio di meditazione o semplicemente un'occasione di confronto e scambio.
Dedicato all'educazione dei piccoli ma anche dei "grandi" ché, si sa, di imparare non si smette mai!
LEZIONE DI VOLO N. 1