16 novembre 2021

Sul diritto ad una comunità libera dalla prepotenza e dall'arroganza


Occuparsi di formazione e educazione significa, inevitabilmente, inderogabilmente, occuparsi anche di politica, cioè della polis, della comunità e dele regole che permettono a ciascuno di convivere insieme agli altri.
Dunque non posso esimermi dall'esprimere il profondo rammarico per quanto accaduto il 28 ottobre in Senato, una delle due camere del Parlamento italiano.
Premesso che trovo già sconfortante la necessità di dover fare una legge che metta nero su bianco l'illegittimità di comportamenti violenti (psicologicamente o fisicamente), vessatori e discriminanti, che ci sia il bisogno di una tutela legale perché evidentemente quella civile della comunità non è sufficiente. Questo, per me, è già di per sé triste (sì, lo so, si dovrebbe aprire un lungo capitolo sull'aggressività insita in ciascun animale che funge da protezione delle risorse necessarie alla sussistenza, ma qui il punto è un altro). Che poi nel momento in cui ci sia la possibilità di fare questo passo importante, calzando uno stivale di gomma per non imbrattarsi della melma che ormai costituisce il terreno su cui ci muoviamo, quando diventa possibile testimoniare un'idea di mondo e di comunità più giusta perché rispettosa di tutte le infinite diversità che ci caratterizzano, non solo si torna indietro vanificando il duro lavoro ma pure si esulta, mi disgusta.
Si esulta e si plaude alla viltà di chi non ha avuto il coraggio di mettere la faccia sulla propria scelta, alla pochezza di chi non riesce a guardare oltre il proprio ombelico, oltre il suo infinitamente piccolo io.
Credo che un mondo migliore, una civiltà migliore siano possibili solo in ordine all'ampliamento degli orizzonti morali che cessano di escludere esseri viventi dal riconoscimento della loro dignità, siano essi umani, animali, vegetali, ermafroditi, gender fluid, etero, lesbo, gay, statici o dinamici, silenziosi o parlanti, religiosi o atei, giganti o minuscoli, abili o no, ricchi o poveri, sani o malati, adulti o cuccioli. Fin tanto che qualcuno si arrogherà il diritto di sentirsi superiore, migliore ma soprattutto autorizzato ad essere violento, supponente, prepotente, vile non ci sarà né sicurezza né pace né felicità per nessuno.
In tutto questo mi conforta vedere i piccoli lumini che ciascuno di noi può portare in seno a tanta oscurità, proprio come nella splendida foto scattata in occasione della manifestazione indetta il giorno dopo all'Arco della Pace (Milano).
Piccole luci, come stelle in cielo, che organizzano una rotta diversa, percorribile da chi sente il desiderio e la necessità di un mondo meno egoista e ignorante e violento. 
 
🌈

 

Diario dal Labirinto - la malattia oncologica come esperienza formativa

 

    Ho pensato a lungo in questi mesi se condividere su questo mio blog professionale l'uscita del mio libro così personale e intimo; alla fine, come è evidente, mi sono decisa a diffondere anche attraverso questo canale perché in fondo tra queste pagine ho raccolto una delle esperienze più formative della mia vita.
La malattia mi ha educata all'accoglienza della Vita in ogni sua sfaccettatura, anche quella più spaventosa della fine, e mi ha trasformata fin nelle mie più recondite viscere. Quella che sono oggi, come donna e come pedagogista, non può prescindere dal lungo attraversamento della malattia oncologica.
Quindi eccolo qui, il mio primogenito di carta in tutta la sua apertura verso la verità. 
 
📖📚 Acquistabile presso tutti i maggiori store online (LaFeltrinelli, Mondadori ) e anche su Amazon, presso la casa editrice Animamundi edizioni e prenotabile in tutte le librerie.
 
A questi link, in ordine:
1 - presentazione condotta da Laura Campanello (durata 1 ora): https://fb.watch/9jj7i2xO76/
2 - breve intervista fatta da Annalisa Visions (durata 5'38''): https://www.youtube.com/watch?v=5_ndcLYq8gc  


Sono qui, anche per parlarne insieme.
❤️


26 giugno 2021

Lezioni di volo - IV


 Quarto ed ultimo appuntamento con questo piccolo, bellissimo albo illustrato.

Per chiudere ho scelto l'immagine del piccolo uccellino che, con il becco rivolto verso il cielo, guarda le stelle. La frase che accompagna l'immagine recita così:

Non è necessario raggiungere le stelle, per toccare il cielo.

 Potremmo anche girare l'affermazione e dire che non è necessario toccare il cielo per raggiungere le stelle. 

Quale che sia l'ordine delle parole mi pare che si possa intuire un invito intanto a sollevare il capo anziché rivolgerlo sempre verso il basso; alzare il capo e usare gli occhi anche per guardare le stelle, le nuvole, il cielo blu e quello grigio. Un movimento piccolo ma grande che permette di aprire il cuore, lo sguardo, la prospettiva.

Oltre a ciò credo che tra le poche parole di questa frase si possa cogliere anche l'insegnamento per cui non è necessario fare grandi cose, raggiungere straordinari obiettivi, compiere imprese mastodontiche per essere felici, per sentirsi grati, per sentire la gioia di esserci quanto piuttosto coltivare piccoli spazi, abitudini, gesti, sguardi - appunto - capaci di allenarci alla felicità, alla gratitudine, alla gioia di esserci. 

Iniziando da piccoli, piccolissimi, per percepire sin da subito un terreno solido, in grado di sostenere il volo tra le stelle che spalanca gli orizzonti della mente e della vita. 

17 giugno 2021

Lezioni di volo - III

 

Eccoci alla terza "Lezione di volo" su uno degli argomenti più interessanti per me, in qualità di pedagogista: 


Il fallimento ci rende più forti, forse.


Intanto cosa intendiamo per fallimento?

Cosa vuol dire 'ci rende'? 

Cosa vuol dire forti? E più forti?

Forse?

Fallimento trova la sua radice etimologica nella parola 'inganno', che a sua volta porta al gioco, allo scherzo. Si potrebbe aprire una lunga parentesi sul senso pedagogico ed esistenziale legato al gioco come esercizio all'errore, al fallimento, al mancato raggiungimento dell'effetto desiderato, ma non lo farò. Il senso però mi pare sia abbastanza chiaro: fallire dice di un bersaglio mancato, di qualcosa che si desiderava afferrare ma non si è riusciti a

Questo non lascia indifferenti così come perdere ad un gioco non lascia indifferente nessun bambino. L'effetto che il dispiacere, la frustrazione, a volte anche la rabbia ha su di noi lo abbiamo imparato innanzitutto giocando, ma anche relazionandoci con l'altro e con ulteriori scenari immaginati come possibili rilanci, nuovi tentantivi. 

Quante volte, dopo aver perso, un bambino chiede di giocare ancora? 

E poi ancora finché non riuscirà a spuntarla? 

C'è chi dopo due sconfitte si abbatte e si intristisce e chi invece vuole riprovare, chi rinuncia al terzo tentativo e chi invece non demorde e insiste finché non riesce nell'impresa della vittoria o non si stufa. 

Osservare la reazione di un bambino alla sconfitta al gioco può darci un'indicazione della sua inclinazione rispetto al fallimento. 

E noi adulti che bambin* siamo stat*? Ci ricordiamo come reagivamo quando perdevamo? 

E' interessante fare questo piccolo esercizio di rammemorazione e spostarsi poi nel presente per verificare cosa è rimasto del* bambin* che siamo stati. 

Cosa vuol dire forti? 

Per me, essere capaci di stare nella frustrazione della mancanza senza perdere il desiderio, l'afflato, la percezione della bellezza. 

E più forti? 

Per me significa essere capaci di stare nella frustrazione delle mancanze enormi, quelle che fanno tremare la terra sotto ai piedi, senza perdere il desiderio, l'afflato, la percezione della bellezza.

Il forse che fa da chiosa sta ad indicare che certo non è il fallimento di per sé a renderci più forti - leggi anche: maggiormente capaci di stare con quel che c'è - quanto piuttosto la nostra disponibilità ad accogliere l'errore come esercizio di trascendenza del negativo, o, detto altrimenti, come occasione per imparare ad aggiustare il tiro senza perdere la fiducia e la volontà di mettersi in gioco ancora ché in fondo sbaglia solo chi fa ed è sbagliando che si misura il proprio limite, per conoscersi meglio e sfidarsi nuovamente.


10 giugno 2021

Lezioni di volo - II

 
 
La seconda lezione di volo la dedichiamo alla riflessione su queste due righe:
 
"Qualche volta il passato ci impedisce 
di vedere dove stiamo andando".
 
    Mi sono chiesta cosa volesse dire e, riflettendo sul lavoro di consulenza che svolgo in qualità di pedagogista, mi sono data questa possibile risposta tra tutte quelle che non ho contemplato e che possono essere altrettanto legittime.
 
    Ho pensato ai lacci rappresentati da situazioni traumatiche, di incuria o di eccessiva presenza e direttività vissuta nella propria infanzia che vengono alla luce quando da figli si inizia a diventare adulti ma soprattutto quando si avanza nella scoperta del ruolo genitoriale. Infatti, assolvere il compito della genitorialità comporta inevitabili rispecchiamenti con gli stili educativi dei propri genitori, quel modus educandi che abbiamo respirato, vissuto, assimilato. 
Nel rispecchiamento non riesco a distinguere me stessa dall'immagine riflessa e dunque mi riesce molto difficile capire cosa e perché mi spinge a comportarmi proprio come si comportava mia madre o mio padre e che, a distanza di anni, mi sovviene ancora alla mente con un certo disagio o del disappunto. 
Mi riferisco a tutti quei condizionamenti, le idee, i pregiudizi, le abitudini, i tempi, i divieti, le paure con cui ci è stato insegnato a stare al mondo.
I lacci che impediscono una libera espressione di sé - come essere umano e come genitore - non li abbiamo indossati da soli, ci sono stati messi addosso, certo è però che sta a noi imparare a liberarcene per non continuare inconsapevolmente a stringerne di nuovi intorno ai nostri figli. 
E' un esercizio che dura una vita intera e che richiede coraggio e tanta pazienza, una buona apertura di cuore e di occhi allo stesso tempo, per vedere dove siamo e per sentire dove vogliamo andare. 
E' una responsabilità nei confronti di noi stessi ma anche di chi mettiamo al mondo. 
 
 

03 giugno 2021

Lezioni di volo - I

 

        In un'antica libreria di Parma, qualche giorno fa, ho scovato un libriccino che ho deciso di acquistare per la bellezza e la semplicità delle sue pagine: Lezioni di Volo, di Pirkko Vainio.
Ho pensato di condividere ogni settimana per un mese quattro immagini con didascalia, rintracciando in esse un insegnamento, un piccolo esercizio di meditazione o semplicemente un'occasione di confronto e scambio.

Dedicato all'educazione dei piccoli ma anche dei "grandi" ché, si sa, di imparare non si smette mai!


LEZIONE DI VOLO N. 1


Mi piace aprire questo breve cammino con quella che riconosco essere una piccola ma importantissima verità:

"Ciascuno di noi si affaccia alla vita in modo diverso".

Cosa significa?

Che le tracce biografiche, i segni che caraterizzano la vita intrauterina, il processo di venuta al mondo, il contesto nel quale si aprono gli occhi, quello che si vede, le persone con le quali si interagisce, gli odori, i sapori che si sperimentano, il tono delle voci che si ascoltano, le cose che si toccano e quelle che non si toccano e si declinano come desideri nel tempo, e poi gli spazi che vengono abitati, i luoghi attraverso cui si viaggia, ciò verso cui si impara ad orientare l'attenzione e ciò da cui invece si impara a prendere le distanze, quello che viene a mancare, quello che arriva come un dono, le ferite antiche e quelle nel presente; insomma, tutto ciò che esiste e che non esiste nella vita di un essere umano tratteggia un'esistenza unica e irripetibile determinata da uno sguardo anch'esso unico e irripetibile e un pluriverso desiderante e respingente di nuovo, ancora, unico e irripetibile.

        Per far sì che ciascuna vita viva una vita degna e fiorita è necessario il primo passo verso: accettarne la singolarità, ossia la diversità da noi, la probabile - e aggiungo auspicabile - deviazione dalle nostre aspettative, accoglierne l'espressione come regalo e accettarlo con gratitudine, anche e soprattutto quando la sua alterità impone una messa in discussione del nostro modus, del nostro angolo di parallasse.
Esercizio questo potenzialmente senza fine che nei confronti dei figli si traduce in responsabilità genitoriale ma anche, questa volta nei confronti di chiunque, diritto di ciascuno ad essere ciò che è.

 
 
Immagine tratta da:
Lezioni di volo
Pirkko Vainio
Edito da Clavis - VIII edizione

19 maggio 2021

sul seminario appena concluso

 

La settimana scorsa si è concluso il ciclo di incontri di accompagnamento alla neo genitorialità "Tutto quello che avreste voluto sapere sulla genitorialità ma non hanno mai osato dirvi".
Ho lasciato riposare tutto il contributo e il lavoro fatto con le coppie e le donne che hanno partecipato a questo breve ciclo di incontri: sento che per me è - sempre - un privilegio accogliere le storie, le fragilità, il coraggio e la forza di chi si mette a disposizione degli altri per costruire un'esperienza di condivisione e riflessione comune.
Aver registrato entusiasmo e attenta partecipazione mi ha incoraggiata a riproporre l'iniziativa il prossimo autunno apportando qualche piccola modifica.
Quando sarà il momento pubblicherò su questa pagina le coordinate.
Il lavoro di riflessione e condivisione coadiuvato dal gruppo ha enormi potenzialità che naturalmente trovano espressione se il gruppo si costituisce e si amalgama; quando questo accade le sinergie di ciascuno si compongono a quelle degli altri e il risultato è unico e prezioso, irripetibile e insostituibile.
Quanto è accaduto durante il breve ciclo di incontri è stato esattamente l'incontro e la realizzazione di questo spazio-tempo di scavo, condivisione, scoperta e prossimità.
Ringrazio tutte le partecipanti e tutti i partecipanti che hanno reso possibile questa esperienza di grande ricchezza.
 
A presto con il nuovo seminario!
 

15 aprile 2021

Quasi una moralità - U. Saba


Quasi una moralità

Più non mi temono i passeri. Vanno
vengono alla finestra indifferenti
al mio tranquillo muovermi nella stanza.
Trovano il miglio e la scagliuola: dono
spanto da un prodigo affine, accresciuto
dalla mia mano. Ed io li guardo muto
(per tema e non si pentano) e mi pare
(vero o illusione non importa) leggere
nei neri occhietti, se coi miei s’incontrano,
quasi una gratitudine.
Fanciullo,
od altro sii tu che mi ascolti, in pena
viva o in letizia (e più se in pena) apprendi
da chi ha molto sofferto, molto errato,
che ancora esiste la Grazia, e che il mondo
- tutto il mondo – ha bisogno d’amicizia

Umberto Saba

🐦🌾🍃❤️

 Parole nelle quali mi sento di librare, con la stessa leggerezza e la stessa grazia che invitano. 

Gli uccelli, musica del cielo, simbolo di uno dei sentimenti più antichi e profondi del genere animale e, forse, chissà, anche di quello vegetale, magari con altre connotazioni ma, in fondo, simili negli effetti. Educare all'amicizia è - anche - un atto politico, una scelta per sé ma anche per gli altri, un gesto che parla di fiducia, la testimonianza che da soli si è poco più di niente.


12 aprile 2021

Seminario accompagnamento alla neo genitorialità - 27 aprile, 4 e 11 maggio

 

Condivido questa iniziativa nata dall'esperienza da me maturata in questi anni di consulenza pedagogica e genitoriale.
L'intenzione è quella di accogliere, all'interno di uno spazio protetto, le domande, le perplessità e le paure legate alla neo genitorialità per limare almeno in parte il vissuto di solitudine, disagio e disorientamento che molt* si trovano ad affrontare con l'arrivo del* piccol*.
Con preghiera di diffusione con coloro che possono essere interessat*.

25 marzo 2021

Sulla gara a chi sta peggio

 


Se si mette in luce la fatica provata dagli adolescenti si controbatte con l'emergenza sanitaria; se si evidenziano le criticità che stanno attraversando i più piccoli si viene invitati a ricordare il numero delle vittime; se si parla delle donne poi, manco a dirsi, si viene corrisposti con affermazioni che manco mille anni fa sarebbero state considerate degne di un cervello intelligente... Leggo dalla pagina facebook di Tlon di Maura Gancitano e Andrea  Colamedici: "la gara a chi sta peggio si basa su un modello gerarchico, e creare gerarchie e classifiche è il modo peggiore per uscire da un fenomeno globale che sta attaccando ogni aspetto della nostra vita". Credo che in una situazione critica, in un contesto completamente stravolto in ogni senso e direzione come quello in cui stiamo vivendo, ma anche quando ci troviamo di fronte ad un altro essere umano, il gesto più importante da fare sia l'esercizio della com-prensione che invita cioè a guardare la complessità come condizione all'interno della quale ciascuno vive un'esperienza di sofferenza e di esistenza diversa dall'altro, e dunque legittima e sacra, composta da un numero indefinito di elementi, strutture, episodi, situazioni, scelte, incontri, biologie, difese, meccanismi e respiri, tutti quanti posizionati in modo tale da costituire un sistema più o meno funzionante. Cercare la semplicità di fronte a sistemi che si interfacciano con altri sistemi allontana da sé e dall'altro.

Proviamo allora ad abbracciare questo momento con le tante difficoltà che porta in seno, nelle sue infinite sfumature, certo è - appunto - più difficile ma decisamente anche più vicino alla verità oltre che all'umano che siamo.
 

11 marzo 2021

Giochi che non si possono giocare

 

Oggi pomeriggio sono uscita per la consueta ora d'aria che cerco di ritagliarmi quotidianamente: monto in sella alla bici - il più delle volte - e mi addentro nel parco gigantesco che dista quattro minuti dal portone di casa. Il trasferimento qui, in prossimità del Parco Nord (il parco più grande di Milano, per chi non lo conoscesse), è stato quasi interamente deciso dalla possibilità di godere di un polmone verde a pochi passi da casa (necessità fortemente presente ancor prima del Covid, ora diventata vitale). 

Sono con mio marito, entriamo dal solito varco e a poche decine di metri dall'ingresso notiamo che tutti i giochi del parchetto che vede diversi tipi di altalene, scivoli e altre strutture per bambini di varie età, sono recintati col nastro bianco e rosso: sono cioè interdetti all'utilizzo. Le altalene. Gli scivoli. Interdetti all'utilizzo. Interdetti come me di fronte ad un'immagine che mi lascia - appunto - senza parole ma con tanta, troppa, indignazione. Mi dico che tutto questo non ha senso ma ha un nome: negazione del diritto al gioco, ergo, negazione del diritto all'infanzia. E no, mi dispiace, ma di fronte a questo non posso né voglio tacere. Poco più in là gruppi di ragazzini giocano a pallone, li guardo con tenerezza, mi sento complice di questo sistema che sento profondamente ingiusto. 

Nel frattempo ascolto un silenzio surreale che parla di un assenza angosciante: mancano le urla e le risate dei bambini. Che cosa è un parco cittadino senza i bambini dei quartieri che lambisce? Come possiamo chiamare un luogo triste che smette di svolgere una tra le sue funzioni primarie? 

Ecco, sale la tristezza.

A questo proposito, credo che sia importante usare il lessico appropriato per definire quanto ad oggi è stato tradotto - potremmo dire anche tradito - da un linguaggio manipolatorio e subdolo. Parole che accentuano ansia, preoccupazione, angoscia, terrore da una parte e dall'altra invece edulcorano, ammorbidiscono, sfumano tutta la portata violenta e aggressiva delle decisioni che ora, più che mai, mi paiono completamente senza alcun senso. La foto sopra ne ritrae una a nome di tante altre. 

Oggi, undici marzo duemilaventuno, sento la responsabilità di denunciare queste scelte volte alla negazione dei diritti elementari sanciti in tutti i protocolli stilati a difesa e tutela dei minori. Mi indigno e mi dissocio con la speranza che associazioni di categoria indicano quanto prima una qualsiasi forma di protesta per sollecitare e stimolare l'attenzione sulle gravi conseguenze psicologiche ed emotive che questi provvedimenti stanno causando nei bambini e negli adolescenti. 

 


02 marzo 2021

Breve intervista sulla consulenza pedagogica

 Qui sotto trovate un video che dura una manciata di minuti durante i quali accenno al servizio di consulenza pedagogica offerto nel mio studio.

Ringrazio Radio News 24 per l'opportunità.



05 febbraio 2021

Pedagogia della gentilezza

 

Voglio raccontare una storia piccola e grande accaduta qualche giorno fa.

Primo cerchio della periferia sud est di Milano, ore 18:45, sto andando a fare un po’ di spesa in un supermercato dove non sono mai stata al quale sono arrivata grazie al navigatore – siano benedetti questi aggeggi infernali capaci di guidarmi nella landa padana avvolta dalla nebbia!

Mi serve il carrello, ho in previsione una cospicua quantità di cose da acquistare; inserisco una moneta da 50 centesimi ma il marchingegno ne vuole una da ben due euro. Desisto, userò uno di quei carrellini di plastica e giocherò agli incastri tipo tetris. In prossimità dei carrelli c’è una donna, avrà la mia età, forse è un po’ più giovane, ci scambiamo uno sguardo, l’unico contatto rimasto ancora possibile e vero, non ci diciamo nulla; sotto alla mascherina accenno un sorriso che lei forse intuisce dal leggero movimento all’insù dei miei occhi. 

Poco più in là una bambina di circa quattro anni corre avanti e indietro lungo il corridoio che separa l’ingresso del supermercato dalla rastrelliera dei carrelli. La incrocio mentre lei sta correndo in direzione della sua mamma e io sto varcando la soglia del supermercato. Vado a caccia del mio microcarrellino ma purtroppo mi dicono che non li hanno. Controllo il portafoglio e scopro di avere non una ma ben due monete da due euro. Torno alla rastrelliera soddisfatta come se avessi vinto una partita di burraco, infilo la moneta, sgancio il carrello e mentre mi avvio verso il supermercato noto che questa donna bellissima con fare molto discreto fa un cenno per avvicinarsi a me, mi fermo immediatamente, finalmente questo gesto fuga ogni mio dubbio: lei e quella bambina che sembra una bambola sono lì per chiedere un piccolo aiuto. Anticipo quel suo pudore - che mi racconta storie di emarginazione, paura - e le chiedo se ha bisogno di qualcosa, “succo, latte” mi risponde, le chiedo "succo di frutta?" Lei mi dice “no, succo d’arancia”, “ok – le rispondo – aspettami qui che te li porto”. 

Tra una corsia e l’altra mi accorgo che sono trascorsi venti minuti, mi affretto e mi dirigo in cassa. Davanti a me una donna sulla quarantina con un bambino di otto anni più o meno sta sistemando la sua spesa nella borsa; mentre si appresta a pagare avverto il ragazzo che mi allontano un momento per verificare che ci sia ancora la donna con la bambina alla quale ho preso un paio di cose, ché se fosse andata via nel frattempo io del latte non saprei proprio cosa farmene. Mi affaccio e le vedo ancora lì, con lo sguardo rivolto alla porta del supermercato, le faccio segno con la mano di aspettarmi, mi risponde di sì con un cenno del capo. Ritorno in cassa, la donna con il bambino sta finendo di mettere via la spesa pagata e mentre il cassiere inizia il mio conto si rivolge a me chiedendomi se mi riferivo alla ragazza che sta dai carrelli, le rispondo di sì, e lei continua: “ho preso un pacchetto di brioches in più, magari gliele regalo...” le dico che sicuramente non se ne dispiacerà. Ecco, mi sentivo già felice così: testimone della contagiosità della gentilezza, della bellezza di un gesto generoso che a catena in-segna e in-vita altra generosità.

Pago la spesa e decido di regalarle la borsa dove ho sistemato due pacchetti di biscotti, quattro litri di latte a lunga conservazione e due litri di succo d’arancia rossa. Vado verso di lei, le allungo la borsa molto pesante preoccupata di come potesse portarla ma un istante dopo mi sento sollevata dalla presenza del passeggino della bambina; allunga le braccia e mentre le spiego cosa ci ho messo dentro lei si commuove, le salgono le lacrime agli occhi, e inizia a ringraziarmi con lo stesso filo di voce con cui mi aveva detto “succo, latte”; la bambina mi tocca un braccio, vuole che la guardi e io, dentro a quegli occhi neri giganti e spaventosamente meravigliosi, rischio di perdermi, ma ci pensa lei a tenermi lì, in quel momento di prossimità, di calore: apre la piccola mano e mi svela il tesoro che ci è racchiuso dentro, una caramella. Una caramella custodita come il più prezioso dei tesori che mi vuole mostrare, di cui mi vuole rendere partecipe. La mamma continua a dire grazie, le chiedo se ha bisogno di altro, riso, patate, ma mi risponde di no e mi dico che forse non ha modo di cucinare, per questo non li vuole.

Poso il carrello e vado verso la macchina con una domanda che mi fa a brandelli le viscere: come si può voltare lo sguardo dall’altra parte? Come è possibile non tendere la mano con un piccolo gesto? Come si fa a non sentire la spinta ad aiutare chi è decisamente e inequivocabilmente meno fortunato? 

Difficilmente parlo di politica ma sento che la scelta di raccontare quanto mi è accaduto è una voce che urla più politica di tanti comizi ed è prima di tutto, sopra ogni altra cosa espressione di umanità, minuta, racchiusa nel palmo di una mano e per questo preziosa, infinita, incommensurabile. Mi dico anche che pensarsi distanti, lontani, avulsi da certe condizioni di povertà e privazione è non solo stupido ma anche sbagliato: una delle tante esperienze che la pandemia dovrebbe averci indotto a fare è legata a questa precisa consapevolezza. 


Questa vicenda accade due giorni dopo aver visto un dossier su quanto sta accadendo a Lipa, al confine tra Bosnia-Erzegovina e l'europea Croazia; seicentonovantaquattro chilometri, poco più di otto ore d'auto, da dove sto scrivendo in questo momento. Rabbrividisco per il silenzio che avvolge le nefandezze a cui l'umano è capace di arrivare, nonostante la storia, oggi, nella civilissima Europa. 

L'oscurità, il buio, la cecità sono aspetti, tratti dell'umano quanto l'illuminazione, la luce e la compassione sono espressione dell'umanità. Mi piace pensare che la socialità dell'essere umano sia caratteristica capace di dire della necessità di vivere insieme agli altri, dialogare, comunicare, ma anche della possibilità di scegliere di aiutare chi è in difficoltà, chi rimane indietro, chi non ce la sta facendo. L'altro, alter e alius, che mi rispecchia, che mi (ri)chiama a quanto di più profondo mi radica alla vita che è essenziale e complesso all'un tempo, apicale e abissale, fuori ma anche, soprattutto, dentro.