E' una domanda che spesso - quasi sempre a dire il vero - mi viene fatta quando dichiaro il lavoro che faccio.
L'impianto teorico cui fa riferimento la mia personale formazione è dato da diversi elementi che cercherò di riportare in modo chiaro e fruibile, anche per chi non è "addetto ai lavori".
Innanzitutto, il pedagogista si avvale della concezione costruttivista, secondo cui la comprensione della realtà si basa sulla disposizione e sulla capacità da parte del soggetto umano di attribuire senso agli eventi attraverso la costruzione di rappresentazioni della realtà stessa.
In secondo luogo, con pari importanza, troviamo la teoria psicoanalitica. Essa è elemento costitutivo della formazione pedagogica poiché riconosce alla relazione primaria con la famiglia e dunque all'infanzia, al passato, un ruolo di fondamentale importanza rispetto al presente e al futuro dell'individuo.
Altri importanti contributi teorici provengono dall'interazionismo - poiché l'essere umano vive e si costituisce di relazione; dall'ermeneutica - poiché non esiste oggettività negli accadimenti ma eventi ai quali i soggetti attribuiscono un significato, ciò significa che agli
accadimenti vengono attribuiti significati mediante un'attività di tipo
interpretativo, infatti "la realtà non è conoscibile come
oggetto a sé stante, ma solo e sempre attraverso la mediazione interna"
(Blandino, Granieri, La disponibilità ad apprendere).
Poiché il pedagogista si occupa di educazione e formazione dell'essere umano un altro elemento caratterizzante il suo lavoro è la complessità. Nel vivere, nell'esistere e nel relazionarsi esistono disordine, caos, incertezza, imprevedibilità quindi problematicità, impossibilità a definire, circoscrivere, dispiegare.
Attraverso la relazione soggetto - pedagogista quindi si costruisce un quadro all'interno del quale viene rappresentata la realtà - composta da eventi e significati degli stessi - del soggetto.
Il pedagogista è costantemente impegnato in un oltrepassamento della trasparenza presunta, attento alle sfumature, alle contraddizioni, agli indizi, ai sintomi, alle tracce, alle residualità, alle latenze, a ciò che non viene detto. Detto con altre parole, "si tratta di decifrare il gioco dell'apparenza e di quello che ci sta dietro, di intravedere lo spazio tra il detto e il non detto, tra i significati convenzionalmente sintonizzati e alcuni degli strati pregnanti di significati ulteriori, insomma della composizione complessa delle nostre convinzioni" (M. G. Riva, Il lavoro pedagogico).
Le dimensioni che caratterizzano e fondano il lavoro pedagogico sono:
* la dimensione empirica - ossia connessa all'esperienza concreta;
* la dimensione individuale - poiché si ha a che fare con le singole persone;
* la dimensione situazionale - in quanto si sta sempre dentro a situazioni all'interno delle quali accadono episodi, storie, incontri, dialoghi.
Il lavoro del pedagogista è costituito dalla dinamicità, è un processo, un work in progress costante, incerto, tanto quanto può esserlo la vita e le pratiche educative e formative ad essa inerenti.
Per paticare il lavoro pedagogico è di fondamentale importanza imparare a stare nell'ascolto attivo e a sospendere il giudizio. Entrambe le posture vanno costantemente allenate per diventare, nel tempo, un atteggiamento, un habitus, un'attitudine propri del pedagogista che prescindono dalla professione per divenire parte del suo modo di comportarsi e relazionarsi.
[Per approfondimenti: M. G. Riva - Il lavoro pedagogico come ricerca dei significati e ascolto delle emozioni, Guerini scientifica, 2004]
22 giugno 2017
17 giugno 2017
Sulla relazione uomo - donna nell'anno 2017
Qualche giorno fa mi sono espressa sulla mia pagina personale di Facebook con un post relativo ad una situazione da me vissuta confrontandomi con alcune amiche. Lo riporto nella sua versione originale, seguiranno riflessioni e commenti "a freddo".
Ecco il post:
'Nelle ultime settimane, soprattutto negli ultimi giorni, ho avuto la fortuna - immensa - di confrontarmi con diverse donne verso le quali nutro stima, affetto, rispetto e gratitudine. L'argomento di dibattito riguardava il genere maschile della specie umana e più specificatamente la tendenza di molti di questi alle relazioni con donne al di fuori della relazione "ufficiale".
Doverosa premessa: non mi piace il comportamento fedifrago. Non invito a praticarlo. Detto questo mi sento di essere altrettanto precisa rispetto alle manifestazioni di disprezzo, offesa e umiliazione che sono emerse durante alcuni dei confronti di cui sopra. Non posso non prendere atto del fatto che, nella maggior parte dei casi dietro ad un comportamento fedifrago ci sono situazioni di coppia incancrenite in dinamiche totalmente disfunzionali messe in atto da entrambi (uomo e donna).
Inoltre, sono molte - ripeto, molte - le donne che pur essendo a conoscenza della situazione del lui di turno decidono di ricoprire il ruolo di amante: in questo caso di chi è la responsabilità della sofferenza della donna?
E poi c'è il "traditore/seduttore seriale". Ma davvero non si riesce a vedere, dietro ad un simile comportamento, la manifestazione di una insofferenza e un'insicurezza spesso molto profonde e pertanto difficilmente riconoscibili?
In tutto ciò, che è solo un'infinitesima parte del discorso a questo proposito, mi pare che noi donne, in quanto esseri biologicamente costituiti per la relazione a due, abbiamo importanti responsabilità nell'aiutare, sostenere, aprire, incoraggiare gli uomini che esprimono difficoltà e irrequietezza nel relazionarsi. E dovremmo farlo senza presunzione, senza arroganza, senza superbia ma solo ed esclusivamente per costruire quei ponti che lamentiamo spesso, sempre non esistere.
Dovremmo farlo in qualità di madri, compagne, sorelle, amiche.
Smettiamo di vomitare odio su chi ci ha messe al mondo, su chi ci ha ferite, su chi non ci ha volute, apprezzate, scelte. Prendiamone le distanze, certo, ma impariamo a guardare oltre, a creare valore in quella sofferenza. Impariamo ad amare.
Per vivere meglio, tutte e tutti.'
L'ho pubblicato in quanto donna e non in quanto pedagogista, ma poi, viste le reazioni e i commenti e le riflessioni che ne sono derivati, ho ritenuto opportuno condividere il mio pensiero a riguardo anche in qualità di professionista che si occupa di educazione e formazione.
Sono stati molti i commenti e gli apprezzamenti da parte di contatti (amici, parenti, conoscenti) di sesso maschile; apprezzamenti scaturiti da un senso di solidarietà che non avevano mai avvertito prima o che hanno avvertito con forza leggendo le mie righe. Si sono esposti, gli uomini, manifestando gratitudine per le mie parole che hanno avvertito come un conforto, un balsamo galenico da spalmare sulle abrasioni che tutti, più o meno, riportano a seguito di relazioni disfunzionali con le donne.
Quello che è passato, attraverso i commenti - pubblici e privati - al post, è stato sollievo, questo ho sentito. Gratitudine e sollievo.
Mi sono chiesta quanto noi donne siamo consapevoli della responsabilità che abbiamo nell'alimentare conflitti, scontri e rancori nelle relazioni con gli uomini. Mi sono chiesta quanto noi donne siamo consapevoli dell'infinito potenziale che abbiamo rispetto al miglioramento dei rapporti tra i due sessi. Mi sono chiesta quanto noi donne siamo consapevoli dell'urgenza impellente di andare oltre il nostro piccolo Io per usare saggezza e compassione nelle situazioni di forte attrito e divergenza.
Con tutto questo non voglio in alcun modo incoraggiare o stimolare un comportamento remissivo da parte di noi donne, anzi! Mi viene da dire che è proprio il contrario quello che sto suggerendo: alla proposta di una danza aggressiva, arrogante, disprezzante rifiutiamoci di ballare proponendo con assertività e fermezza una danza basata su uno scambio fatto di rispetto, ascolto, dialogo.
Marchiamo dentro di noi confini chiari; stabiliamo, sempre dentro di noi, un baricentro dinamico e resistente facilmente rintracciabile; creiamo tra la mente e il cuore la nostra bussola i cui punti cardinali siano la saggezza, la compassione, la sincerità e la solidità. Dati questi strumenti siamo in grado di proteggerci e relazionarci con il mondo facendo la differenza, sovvertendo ogni schema, smantellando ogni pregiudizio, distruggendo quelle cinte murarie che ci impediscono di intessere relazioni di valore con l'Altro.
Sempre e solo per vivere in un mo(n)do più sano.
Ecco il post:
'Nelle ultime settimane, soprattutto negli ultimi giorni, ho avuto la fortuna - immensa - di confrontarmi con diverse donne verso le quali nutro stima, affetto, rispetto e gratitudine. L'argomento di dibattito riguardava il genere maschile della specie umana e più specificatamente la tendenza di molti di questi alle relazioni con donne al di fuori della relazione "ufficiale".
Doverosa premessa: non mi piace il comportamento fedifrago. Non invito a praticarlo. Detto questo mi sento di essere altrettanto precisa rispetto alle manifestazioni di disprezzo, offesa e umiliazione che sono emerse durante alcuni dei confronti di cui sopra. Non posso non prendere atto del fatto che, nella maggior parte dei casi dietro ad un comportamento fedifrago ci sono situazioni di coppia incancrenite in dinamiche totalmente disfunzionali messe in atto da entrambi (uomo e donna).
Inoltre, sono molte - ripeto, molte - le donne che pur essendo a conoscenza della situazione del lui di turno decidono di ricoprire il ruolo di amante: in questo caso di chi è la responsabilità della sofferenza della donna?
E poi c'è il "traditore/seduttore seriale". Ma davvero non si riesce a vedere, dietro ad un simile comportamento, la manifestazione di una insofferenza e un'insicurezza spesso molto profonde e pertanto difficilmente riconoscibili?
In tutto ciò, che è solo un'infinitesima parte del discorso a questo proposito, mi pare che noi donne, in quanto esseri biologicamente costituiti per la relazione a due, abbiamo importanti responsabilità nell'aiutare, sostenere, aprire, incoraggiare gli uomini che esprimono difficoltà e irrequietezza nel relazionarsi. E dovremmo farlo senza presunzione, senza arroganza, senza superbia ma solo ed esclusivamente per costruire quei ponti che lamentiamo spesso, sempre non esistere.
Dovremmo farlo in qualità di madri, compagne, sorelle, amiche.
Smettiamo di vomitare odio su chi ci ha messe al mondo, su chi ci ha ferite, su chi non ci ha volute, apprezzate, scelte. Prendiamone le distanze, certo, ma impariamo a guardare oltre, a creare valore in quella sofferenza. Impariamo ad amare.
Per vivere meglio, tutte e tutti.'
L'ho pubblicato in quanto donna e non in quanto pedagogista, ma poi, viste le reazioni e i commenti e le riflessioni che ne sono derivati, ho ritenuto opportuno condividere il mio pensiero a riguardo anche in qualità di professionista che si occupa di educazione e formazione.
Sono stati molti i commenti e gli apprezzamenti da parte di contatti (amici, parenti, conoscenti) di sesso maschile; apprezzamenti scaturiti da un senso di solidarietà che non avevano mai avvertito prima o che hanno avvertito con forza leggendo le mie righe. Si sono esposti, gli uomini, manifestando gratitudine per le mie parole che hanno avvertito come un conforto, un balsamo galenico da spalmare sulle abrasioni che tutti, più o meno, riportano a seguito di relazioni disfunzionali con le donne.
Quello che è passato, attraverso i commenti - pubblici e privati - al post, è stato sollievo, questo ho sentito. Gratitudine e sollievo.
Mi sono chiesta quanto noi donne siamo consapevoli della responsabilità che abbiamo nell'alimentare conflitti, scontri e rancori nelle relazioni con gli uomini. Mi sono chiesta quanto noi donne siamo consapevoli dell'infinito potenziale che abbiamo rispetto al miglioramento dei rapporti tra i due sessi. Mi sono chiesta quanto noi donne siamo consapevoli dell'urgenza impellente di andare oltre il nostro piccolo Io per usare saggezza e compassione nelle situazioni di forte attrito e divergenza.
Con tutto questo non voglio in alcun modo incoraggiare o stimolare un comportamento remissivo da parte di noi donne, anzi! Mi viene da dire che è proprio il contrario quello che sto suggerendo: alla proposta di una danza aggressiva, arrogante, disprezzante rifiutiamoci di ballare proponendo con assertività e fermezza una danza basata su uno scambio fatto di rispetto, ascolto, dialogo.
Marchiamo dentro di noi confini chiari; stabiliamo, sempre dentro di noi, un baricentro dinamico e resistente facilmente rintracciabile; creiamo tra la mente e il cuore la nostra bussola i cui punti cardinali siano la saggezza, la compassione, la sincerità e la solidità. Dati questi strumenti siamo in grado di proteggerci e relazionarci con il mondo facendo la differenza, sovvertendo ogni schema, smantellando ogni pregiudizio, distruggendo quelle cinte murarie che ci impediscono di intessere relazioni di valore con l'Altro.
Sempre e solo per vivere in un mo(n)do più sano.
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