31 dicembre 2016

Primo Gennaio 2017

Il trentuno dicembre ha sempre rappresentato un momento di passaggio, una fine che apre ad un nuovo inizio; è sempre stato il tempo dei bilanci, delle riflessioni, dei conti retrospettivi con le scelte prese, degli sguardi all'indietro e di quelli in avanti. Uno spazio di saluto e congedo di un passato che aspetta e accoglie nuovi desideri, nuove mete, nuove prospettive. Un presente che sente il passato e guarda il futuro in un sentimento della vita circolare e pieno.
L'augurio che faccio a tutti voi è che i prossimi trecentosessantacinque giorni siano volti al desiderio di crescere, approfondire, aprire e accogliere, con coraggio.

 
Sabato prossimo, concluse le giornate di festa, riprenderemo i nostri consueti appuntamenti di riflessione sulle varie categorie pedagogiche.

17 dicembre 2016

Settimana 50/ 2016 - Sul vuoto (parte II)


Come promesso ed anticipato nel post di domenica scorsa, quest'oggi rimaniamo sul tema del vuoto, dello spazio senza presenza, ma lo guardiamo all'interno della relazione diadica, sia essa intesa come relazione fra due soggetti, sia tra un soggetto ed un oggetto.
Utilizzo alcune parole di Luce Irigaray che nel suo libro "La via dell'amore" affronta il tema della differenza, della distanza e della relazione tra uomo e donna, inteso come maschile e femminile.
Prendo in prestito il suo pensiero per traslarlo in un discorso più ampio e generale, non riferito solamente alla relazione diadica uomo - donna/maschile - femminile, ma per approfondire il concetto di distanza, assenza fondamentale nella relazione di sé con l'Altro, qualsiasi esso sia.
Scrive Irigaray:
'L'opera d'arte che l'uomo è invitato a realizzare è anzitutto lo schiudersi di se stesso nella sua singolarità. Il che implica una cultura dello spazio e del tempo ancora sconosciuta. Ad esempio, non è nella riduzione delle distanze che l'umano troverà la prossimità a sé, all'altro, e neppure al mondo. E' piuttosto nella capacità di stare in sé, di esistere in autonomia, distinto da ciò che lo circonda. Nonché dalla capacità di provenire da sé pur riconoscendo la parte dell'altro in questa provenienza. Il nome adatto a questa partecipazione dell'altro in tale provenienza da sé è forse: generare. L'umano non è fabbricato dall'altro alla stregua di una cosa, ma proviene dall'altro in quanto generato dall'altro, a livello naturale e spirituale.
Che sia nel corpo o che sia nell' 'anima', denominata anche spirito, l'uomo proviene da un altro da cui deve differenziarsi.'
Differenziarsi possiamo intenderlo come l'allontanarsi, il separarsi, lo staccarsi, il prendere le distanze da con l'intenzione di costruire la propria forma, creare la propria identità rendendo nel contempo possibile il movimento di avvicinamento e approssimazione. E' proprio in questo moto che 'qualcosa del riavvicinarsi si perde: la prossimità. Non è deliberatamente e per via di uno solo che questa può raggiungersi. Presuppone il lasciarsi raggiungere da ciò che si avvicina, e di accettare che, in questo riavvicinamento, il proprio di un mondo si apra all'accoglienza dell'altro. Il riconsocimento di quest'ultimo come differente fa si che l'approccio comporti un irriducibile allontamento. Che consiste, insormontabile, nell'avvicinarsi l'uno all'altro, come un mistero inafferrabile che trasgrediamo continuamente nell'anticipazione del desiderio'.
La dimensione vuota tra due è allora la conditio sine qua non per avvicinarsi, per incontrarsi, nel senso più alto e ampio del verbo.
Dove questo spazio viene meno non vi è il margine per muoversi verso l'altro, non si sente la possibilità di accostare e accostarsi, manca il confine della propria forma che si è ormai fusa e con-fusa con la forma dell'altro. Continua infatti Irigaray: 'La pretesa di conscere l'altro, o la volontà di integrarlo nel proprio mondo, non permettono l'avvicinarsi di lui, o di lei. Ciò che può agevolare questo gesto sarebbe piuttosto la definizione di mediazioni che consentano a ciascuno e ciascuna di sussistere, di essere e divenire nella propria differenza senza però rinunciare alla relazione fra i due'. Relazione implica sempre la possibilità di tornare, raggiungere, ma anche - e soprattutto - il desiderio di avvicinarsi.
Di qualsiasi relazione stiamo parlando, a qualsiasi soggetto e situazione facciamo riferimento quanto sopra rimane valido; il significato persiste nella sua essenza e richiama, ancora una volta, alla necessità di costruire se stessi partendo da un centro interiore che inevitabilmente si relaziona con l'esterno e così cresce, si sviluppa, si confronta, si espande, nel rispetto di sé e dell'alterità dell'Altro, un centro che è soggetto di e in movimento, si avvicina e si allontana per ritornare e di nuovo si separa, poi, con il desiderio di un nuovo contatto si avvicina e riduce il vuoto, lo spazio di assenza che può così divenire, ancora una volta, spazio di presenza.


12 dicembre 2016

Segreto Professionale

SEGRETO PROFESSIONALE:

contenitore all'interno del quale colui che parla ripone la fiducia massima verso colui che ascolta;
spazio all'interno del quale colui che ascolta accoglie tutto ciò che viene portato da colui che parla.

Settimana 49/ 2016 - Sul vuoto (parte I)

Questa settimana vi propongo una riflessione che durerà qualche settimana sullo spazio vuoto, sulla dimensione della non presenza, sull'assenza, sulla mancanza.
Nell'immensità delle sfumature a cui questo argomento rimanda, questa settimana partiamo dal vuoto dei primordi della vita, quello che sperimentiamo appena concepiti. Approfitto delle parole di Ivano Gamelli per districarmi, almeno in parte, dalla complessità senza fine del significato al quale voglio far riferimento.
Il testo a cui mi appoggio è "Pedagogia del corpo" e si apre come segue:
'Nei giorni successivi al concepimento, l'embrione, un insieme di piccole cellule ammassate e derivate dalla prima cellula-uovo fecondata, si presenta nella forma indecifrabile di una struttura piena. Dopo circa una settimana, si crea al suo interno un "vuoto", rivestito da una sorta di primitiva pelle e tappezzato da una superficie epiteliale.
Manmano che procede nel suo sviluppo, l'embrione si divide in una zona inferiore semisferica piena e una superiore cava: quest'ultima è detta cieloma, cioè cavità del cielo. E' il primo cielo sulla prima terra! E' proprio sulla linea di confine fra le due zone, tra questo cielo e questa terra, che prende forma l'abbozzo vero e proprio dell'embrione: "l'uomo sta tra il cielo e la terra" amavano dire i saggi cinesi negli antichi testi tradizionali, e rappresentavano appunto l'uomo con la sommità del capo cava, aperta verso l'alto.
Questa cavità che racchiude il cielo dell'embrione non comunica con l'esterno (il resto del cielo): l'embrione non respira ancora. Il suo stesso intestino non si nutre al di fuori del suo sistema: respira e si alimenta grazie al sangue placentare materno, attraverso l'ombelico, legame essenziale con il mondo.
L'embrione dipende dal suo sangue e da quello della madre; il suo sangue, prima fonte di vita nel corpo e del corpo, già pulsa a distanza di pochi giorni dal concepimento e il suo cuore batte dopo alcune settimane appena.
Circondato e protetto dall'acqua, il bambino cresce nel grembo materno, mentre l'acqua intorno a lui diminuisce l'esistenza del mondo esterno - la forza di gravità, il respiro della mamma, il calore, i movimenti, i suoni e i rumori - diventa ogni giorno più evidente.
Ma per quanto lo spazio uterino diminuisca, quel vuoto, il cieloma iniziale, è sempre lì, presente e potenzialmente attivo. Si è anzi dilatato, accumulando una pressione interna negativa - una depressione - come se dall'esterno si fosse gonfiato un pallone elastico. Questo vuoto espanso tende inerzialmente alle sue dimensioni originarie, attirando verso di sé le pareti che lo racchiudono, che sono (anche) quelle dei polmoni, i quali, parallelamente alla maturazione elastica tessutale, manifestano un incremento della loro tendenza dilatatoria.
Il vuoto vorrebbe ritornare alla sue origini e per questo induce le pareti polmonari a dilatarsi verso il rigido torace. Un pò di liquido amniotico penetra nelle vie respiratorie aeree del bambino, senza soffocarlo, perché egli ancora respira attraverso l cordone ombelicale. Ma non per molto. QUando l'acqua avrà esaurito il suo compito, la madre avrà nutrito il figlio, il sangue lo avrà reso vivo, il cielo all'esterno si farà sentire e premera perché finalmente il piccolo esca all'aria...
Il bambino nasce e vive grazie all'aria che respira da solo. Nel tempo, accomapgnato dalla sua mamma, scoprirà di ptersi alimentare autonomamnete anche dalla nuova madre-terra; ma arriverà anche a dimenticarsi di quel vuoto che originariamente ha richiamato l'aria nei suoi polmoni, Il vuoto che lo ha spinto a respirare e a nascere. Il vuoto dentro di noi.
'


Per ri-pensare la mancanza, lo spazio vacuo. 
Per vederne aspetti diversi da quello privativo e/o negativo.
Per ri-leggere la punteggiatura dell'assenza.
Da soli, oppure insieme.

La prossima settimana ci dedicheremo alla distanza nella diade, ossia allo spazio vuoto che rende possibile l'approssimarsi.

03 dicembre 2016

Settimana 48/ 2016 - Herman Hesse

Questa settimana condivido con voi la riflessione sulla molteplice e policroma forma di ciò che siamo; lo farò usando le parole di Herman Hesse che ne "Il lupo della steppa" scrive:
'E quando in certe anime particolarmente intelligenti e delicatamente organizzate balena l'intuizione della loro molteplicità, quando, come fa ogni genio, esse infrangono l'illusione dell'unità personale e sentono di essere pluriformi, di essere un fascio di molti ii, basta che lo dicano e tosto la maggioranza li imprigiona, ricorre all'aiuto della scienza, fa constatare la loro schizofrenia [...]. In realtà nessun io, nemmeno il più ingenuo è un'unità, bensì un mondo molto vario, un piccolo cielo stellato, un caos di forme, di gradi e situazioni, di eredità e possibilità [...]. Come corpo ogni uomo è uno, come anima mai'.
E' certamente meno inquietante l'idea di essere costituiti da elementi lineari, coerenti, congruenti; come dire, sfumature di uno stesso colore, espressione di volta in volta differente di qualcosa riconducibile ad una stessa radice. Fa meno paura l'idea di se stessi rintracciabile in un qualcosa di noto, conosciuto, ri-conosciuto, dà la sensazione, a volte, di potere un certo controllo su di sé. Quante volte è capitato di dire o di sentir dire "io non sono così", "io non lo farei mai" oppure "io sono così e quindi questo non mi appartiene"?
Secondo Hesse - ma è in buona compagnia, cito, ad esempio, Carl Gustav Jung - il mondo che siamo è un sistema pluricomposito, pluriforme, policromatico, dinamico, flessuoso, sconosciuto per la maggior parte. Siamo quello che abbiamo vissuto, siamo la nostra storia, certamente, ma siamo anche quello che avremmo voluto essere, vivere, scegliere e non siamo stati, non abbiamo vissuto, non abbiamo scelto. Siamo femminile e siamo maschile, siamo corporeità e spiritualità, staticità e mobilità, paura e coraggio, timidezza e sicurezza, siamo sinceri ma anche bugiardi, siamo arroganza e siamo umiltà. Rendersi conto di questo sentendo la ricchezza di cui siamo portatori, dona - al contrario di ciò che si potrebbe pensare - una libertà che ci rende capaci di abbracciarci nella nostra totalità, sospendendo il giudizio verso noi stessi e verso gli altri.
In ciascuno di noi vivono e convivono tante dimensioni, tanti aspetti e questa vita è il tempo che abbiamo a nostra disposizione per esplorarci, conoscerci ed amarci in ogni nostra manifestazione.
E voi quanti ii (ri)conoscete dentro voi stessi?
Io dentro me tanti, ognuno prezioso.

30 novembre 2016

Settimana 47/ 2016 - Sul viaggiare

Buongiorno a tutt*,
con qualche giorno di ritardo eccomi con la proposta di questa settimana.
Dato che sono rientrata ieri da un viaggio a lungo desiderato e voluto, la proposta di riflessione non può che ricadere sulla categoria del viaggio e dell'atto del viaggiare. 
Diversamente da quanto fatto fino ad ora, oggi non condivido parole di nessuno relativamente a ciò, ma qualora qualcuno desiderasse farlo è il benvenuto. Preferisco, oggi, lasciare che ciascuno rintracci in sé i mondi che gravitano intorno alla categoria del viaggio. Cosa c'è nel viaggio? Quali emozioni, quali pensieri, quali aspettative? Quali cambiamenti dopo? E prima? Cosa nasce, vive e muore dentro e durante il momento di dislocazione spazio-temporale?
E quando il viaggio non prevede alcuno spostamento nello spazio, quando resto dove sono fisicamente e viaggio in un senso altro, interiore, cosa accade? Cosa incontro?
Il viaggio per me è curiosità, scoperta, esplorazione, gioco, apertura, movimento, sempre trasformazione. Il viaggio è una scelta, una scelta che mi pone davanti a ciò che desidero condurre con me, ciò che voglio lasciare indietro. Scelgo, quando viaggio, cosa è importante per me, cosa è mio, cosa è me.


Per voi cos'è il viaggio? Cosa rappresenta? 



19 novembre 2016

Settimana 46/ 2016 - Sulla gratitudine


Quest'oggi la proposta riguarda una delle categorie che mi stanno più a cuore, mi riferisco alla gratitudine. Nella mappa dell'esistere che nel tempo mi sono costruita - come essere umano innanzitutto, come pedagogista poi - il sentimento della gratitudine ricopre un ruolo centrale, fondamentale, costitutivo.
Approfitto delle parole di Luigina Mortari che, nel suo testo "Aver cura di sé" scrive:
'Saper esprimere gratitudine, ad altro, al buono materiale e spirituale che accende di energia vitale il nostro essere, è un movimento dell'anima che ha l'effetto di riconciliare col mondo. Di fronte al senso di angoscia che può arpionare l'anima quando la fatica del vivere sembra insostenibile Plutarco (La serenità interiore, 9) suggerisce di coltivare la capacità di avere gratitudine per la vita. Essere capaci di gratitudine distende l'anima e sembra quasi che la renda capace di toccare le cose.'
Gratitudine non significa ringraziare chinando il capo passivamente, il suo siginificato è da rintracciare invece nel riconoscimento del valore che ogni singolo evento, ogni presenza così come ogni mancanza hanno, poiché è grazie a tutto ciò che fa della nostra esistenza il tempo e lo spazio che viviamo a darci la possibilità di vivere. Vivere con intensità, vivere con pienezza, vivere con la possibilità di crescere, tendersi apicalmente, es-tendersi. Un puzzle esiste grazie al fatto che non manca neanche uno dei pezzi che lo compongono, ci sono tutti, quelli che definiscono il contorno di una figura importante, centrale, e quelli che rimangono sul bordo, anche i pezzi neri di un fondo nero all'angolo, apparentemente privi di improtanza, sono fondamentali per definire il puzzle completo. Allo stesso modo funziona nell'esistenza di ciascuno: ci sono pezzi importanti, di rilievo e altri più marginali, magari difficili da incastrare, da sistemare, ma necessari anch'essi. Riuscire a ringraziare anche questi, anche la difficoltà che sperimentiamo grazie ad essi, apre ad orizzonti di libertà, gioia ed espansione totale di sé.
Non è facile, ma è possibile.
Provare per credere. O credere per provare.

Sono, come sempre, a disposizione per confronti sul tema.

Auguro a tutt* un felice weekend di pieno autunno.

12 novembre 2016

Settimana 45/ 2016 - Geoffrey Chaucer

Questa settimana la proposta cade su una categoria che, non a caso, sento riguardarmi molto da vicino in questo momento della mia vita.
Le parole le prendo in prestito da una figura di grande rilievo nella cultura letteraria inglese del Quindicesimo secolo, mi riferisco a Geoffrey Chaucer che scrive, a proposito del sentimento d'Amore:
"La vita così breve, l'arte così lunga da imparare, il tentativo così difficile, la conquista così intensa, la gioia trepidante che scivola via così rapida - con tutto questo io intendo l'amore, che mi riempie di un così profondo stupore con la sua opera prodigiosa, che quando ci penso, a stento capisco se dormo o son desto".
Senza scivolare nella retorica e nella banalità, mi piacerebbe riflettere con attenzione sulla presenza e sul significato che ciascuno dà alla categoria dell'Amore. Cosa è, dove si percepisce, dove la si colloca, come ciascuno sente di connotarla.
Cos'è Amore? Mi viene in mente Socrate, il quale racconta a Fedro di come esso agisce sugli esseri animati... Magari le leggiamo la prossima settimana le splendide parole con cui Socrate disegna Amore.
Per ora potremmo rimanere sull'apicalità della vita intesa come Amore, tensione verso l'alto, movimento che eleva, esalta, apre, illumina.
Per questo nella mia categoria di Amore non entra il possesso, la violazione, la violenza, la restrizione, la costrizione. Nella mia categoria di Amore entrano, invece, l'orizzonte condiviso, l'apertura, l'accrescimento ed il potenziamento della mia possibilità, la reciprocità, la libertà.


Sul fare dell'imbrunire rinnovo la mia disponibilità a discuterne insieme, per approfondirne le afferenze educative e formative.

07 novembre 2016

Settimana 44/ 2016 - Plutarco

5 novembre

In questa giornata autunnale che vede sul suo palcoscenico il freddo, la pioggia e il vento come attori principali, l'invito è quello di fermarsi un attimo ad ammirare e contemplare con quanto di meraviglioso la natura ci avvolge.
Le parole di questa settimana sono di Plutarco e dicono questo:
"Il mondo è il più sacro e il più divino di tutti i templi.
L'uomo vi è introdotto dalla nascita per essere lo spettatore non già di statue artificiali e inanim
ate, ma di quelle immagini sensibili delle essenze intelligibili... che sono il sole, la luna, le stelle, i fiumi la cui acqua scorre sempre nuova e la terra che fa crescere l'alimento delle piante e degli animali.
Una vita che sia iniziazione a questi misteri e rivelazione perfetta deve essere colma di lode e di gioia
".

Per sentirci parte del tutto, in quel movimento verso l'intero a cui tutti, ciascuno a modo suo, aneliamo.

Settimana 43/ 2016 - Sul piangere

La proposta questa volta riguarda la riflessione sull'atto del piangere, evento che scuote, rinnova, scioglie, turba, sia che esso venga scaturito da un moto di gioia sia che derivi da una profonda sofferenza.
Ho pensato a tre autori diversi che si esprimono nei confronti dell'azione del piangere in modi differenti.
Il primo è Alexander Lowen e scrive in 'Arrendersi al corpo':
"Vivere la nostra vita pienamente da esseri umani richiede la capacità di piangere liberamente e profondamente. Se si riesce a piangere liberamente e profondamente, non c'è confusione, né disperazione, né tormento. Le nostre lacrime e i nostri singhiozzi ci purificano, rinnovano il nostro spirito in modo che possiamo provare di nuovo la gioia".
Il secondo contributo è di Silvana Pelusi ed è riportato in 'Attraversare la cura':
"Vorrei poter dire che forse nel pianto vi è anche lo smacco della nostra volontà di potenza e la compassione per i nostri limiti".
Infine Michael White dichiara in 'La terapia come narrazione' un altro aspetto dell'atto di piangere:
"Se piangi dentro e non fuori contemporaneamente annegherai la tua forza".
Mi pare si possano dire del piangere diverse cose: innanzitutto della sua necessità, della sua naturale manifestazione che, anzi, diventa un'urgenza, una indispensabile espressione della propria interiorità, del proprio mondo profondo. Il pianto come dimensione emozionale imprescindibile, poiché ne derivano scioglimento della tensione, liberazione della rabbia così come di una gioia intensa, quindi ordine e nuovo spazio per nuove emozioni. Piangere è anche, come suggerisce Pelusi, una presa di coscienza rispetto ai propri limiti, alla fallibilità e alla finitezza propria dell'esistenza, la sua imperfettibilità. Quindi atto di profonda compassione verso se stessi. Un'apertura, aggiungerei, all'intimità dei propri sentimenti.
In quanto pedagogista non posso non connettere tutto ciò con l'educazione e la formazione dell'essere umano, detto altrimenti, non posso non evidenziare strette connessioni tra la negazione, la demonizzazione e la privazione dell'atto di piangere e la dis-educazione e la de-formazione dell'essere umano, soprattutto in riferimento all'aspetto affettivo-sentimentale.
E ciascuno di noi che rapporto ha con il pianto? Riesce a piangere? Quando? In modo esposto oppure nascosto?
Rinnovo la mia disponibilità a parlarne con chiunque lo desideri.

Non mi resta che augurare una splendida catarsi a tutti, senza paura.

Settimana 42/ 2016 - Luigina Mortari

La seconda proposta di riflessione è rappresentata dalle parole di Luigina Mortari, l'idea è quella di stare un pò con se stessi, per se stessi.
Mortari scrive:
"L'amore di sé è passione per la chiamata che si sente premere sulla coscienza, a diventare la migliore forma possibile del proprio essere."

Anche oggi il desiderio di condivisione è mosso dal farsi domande più che dal darsi risposte, sempre orientati verso un movimento più o meno lento, un dinamismo interiore che aiuta a crescere quindi a vivere.
Ciò detto, personalmente leggo nelle parole di Mortari l'elemento centrale dal quale è possibile far emergere l'eidos di autenticità di sé e del proprio essere al mondo, nel mondo.
Chi sono io davvero? Qual è la mia nudità essenziale? Cosa rimane una volta tolto il soprabito, il maglione, la camicia, l'abito che abbiamo imparato ad indossare o che ci hanno cucito addosso (con o senza consapevolezza)? Sotto a tutto questo cosa/chi c'è? Dopo essersi spogliati delle aspettative altrui, dei ruoli attribuiti da altri, delle idee in cui siamo nati cresciuti e vissuti, cosa rimane? Quali desideri, ruoli, spazi e idee riconosciamo essere una nostra scelta e non un condizionamento altrui?
Ma soprattutto, fino a che punto è possibile spogliarsi, liberarsi, guardarsi, vedersi?
Ciò che conta, a mio avviso, è sentire sempre una tensione verso, coltivare con cura lo spirito di ricerca che sempre rinnova la domanda su di sé, in un moto d'amore che alimenta la spirale senza fine dell'esprimere al meglio il mondo che si è.

E voi cosa ne pensate?

Settimana 41/ 2016 - Luce Irigaray

Ogni settimana propongo alcune parole sulle quali riflettere. 
Riporto qui le prime quattro proposte pubblicate sulla mia pagina facebook (@saraolivabochpedagogista) ogni sabato mattina a partire dal 15 di ottobre. 
Per motivi organizzativi non sono riuscita ad avviare il blog contestualmente alla pagina sul social network perciò recupero gli appuntamenti mancati nelle settimane scorse.     

La prima riflessione che vi propongo è sulle parole di Luce Irigaray che scrive, in "La via dell'amore" (del quale consiglio la lettura):
'Più che un salto nell'abisso, perché non considerarlo come la scoperta, il disvelamento di un cielo ancora chiuso?'
Nella costante evoluzione, impermanenza e trasformazione dell'esistenza, il cambiamento genera sempre paura e disorientamento e ciò è molto naturale dal momento che nasciamo e cresciamo costruendo punti di riferimento, porti sicuri ai quali approdare. Ma è altrettanto vero che ogni singolo istante può stravolgerli facendoci avvertire un senso di smarrimento, sradicamento, perdita (un lutto, una relazione che finisce, la perdita del lavoro, della casa, per fare aluni esempi).
Come trovare allora la giusta misura tra l'una e l'altra dimensione? Come poter essere saldi e flessibili allo stesso tempo? Come guardare e vivere in modo sufficientemente buono (potremmo dire, forse, equilibrato?) il fluire dell'esistenza?
Senza pretendere di poter dare delle risposte bensì con l'intento di proporre suggerimenti, mi pare di riscontrare nelle parole di Irigaray una possibile via d'uscita rappresentata da un cambio di prospettiva: un'apertura verso qualcosa di interessante, nuovo ma non necessariamente spaventoso, buio e fondo come è un abisso ma alto e incredibilmente ricco come è, per l'appunto, il cielo.


Cosa ne pensate?