05 febbraio 2021

Pedagogia della gentilezza

 

Voglio raccontare una storia piccola e grande accaduta qualche giorno fa.

Primo cerchio della periferia sud est di Milano, ore 18:45, sto andando a fare un po’ di spesa in un supermercato dove non sono mai stata al quale sono arrivata grazie al navigatore – siano benedetti questi aggeggi infernali capaci di guidarmi nella landa padana avvolta dalla nebbia!

Mi serve il carrello, ho in previsione una cospicua quantità di cose da acquistare; inserisco una moneta da 50 centesimi ma il marchingegno ne vuole una da ben due euro. Desisto, userò uno di quei carrellini di plastica e giocherò agli incastri tipo tetris. In prossimità dei carrelli c’è una donna, avrà la mia età, forse è un po’ più giovane, ci scambiamo uno sguardo, l’unico contatto rimasto ancora possibile e vero, non ci diciamo nulla; sotto alla mascherina accenno un sorriso che lei forse intuisce dal leggero movimento all’insù dei miei occhi. 

Poco più in là una bambina di circa quattro anni corre avanti e indietro lungo il corridoio che separa l’ingresso del supermercato dalla rastrelliera dei carrelli. La incrocio mentre lei sta correndo in direzione della sua mamma e io sto varcando la soglia del supermercato. Vado a caccia del mio microcarrellino ma purtroppo mi dicono che non li hanno. Controllo il portafoglio e scopro di avere non una ma ben due monete da due euro. Torno alla rastrelliera soddisfatta come se avessi vinto una partita di burraco, infilo la moneta, sgancio il carrello e mentre mi avvio verso il supermercato noto che questa donna bellissima con fare molto discreto fa un cenno per avvicinarsi a me, mi fermo immediatamente, finalmente questo gesto fuga ogni mio dubbio: lei e quella bambina che sembra una bambola sono lì per chiedere un piccolo aiuto. Anticipo quel suo pudore - che mi racconta storie di emarginazione, paura - e le chiedo se ha bisogno di qualcosa, “succo, latte” mi risponde, le chiedo "succo di frutta?" Lei mi dice “no, succo d’arancia”, “ok – le rispondo – aspettami qui che te li porto”. 

Tra una corsia e l’altra mi accorgo che sono trascorsi venti minuti, mi affretto e mi dirigo in cassa. Davanti a me una donna sulla quarantina con un bambino di otto anni più o meno sta sistemando la sua spesa nella borsa; mentre si appresta a pagare avverto il ragazzo che mi allontano un momento per verificare che ci sia ancora la donna con la bambina alla quale ho preso un paio di cose, ché se fosse andata via nel frattempo io del latte non saprei proprio cosa farmene. Mi affaccio e le vedo ancora lì, con lo sguardo rivolto alla porta del supermercato, le faccio segno con la mano di aspettarmi, mi risponde di sì con un cenno del capo. Ritorno in cassa, la donna con il bambino sta finendo di mettere via la spesa pagata e mentre il cassiere inizia il mio conto si rivolge a me chiedendomi se mi riferivo alla ragazza che sta dai carrelli, le rispondo di sì, e lei continua: “ho preso un pacchetto di brioches in più, magari gliele regalo...” le dico che sicuramente non se ne dispiacerà. Ecco, mi sentivo già felice così: testimone della contagiosità della gentilezza, della bellezza di un gesto generoso che a catena in-segna e in-vita altra generosità.

Pago la spesa e decido di regalarle la borsa dove ho sistemato due pacchetti di biscotti, quattro litri di latte a lunga conservazione e due litri di succo d’arancia rossa. Vado verso di lei, le allungo la borsa molto pesante preoccupata di come potesse portarla ma un istante dopo mi sento sollevata dalla presenza del passeggino della bambina; allunga le braccia e mentre le spiego cosa ci ho messo dentro lei si commuove, le salgono le lacrime agli occhi, e inizia a ringraziarmi con lo stesso filo di voce con cui mi aveva detto “succo, latte”; la bambina mi tocca un braccio, vuole che la guardi e io, dentro a quegli occhi neri giganti e spaventosamente meravigliosi, rischio di perdermi, ma ci pensa lei a tenermi lì, in quel momento di prossimità, di calore: apre la piccola mano e mi svela il tesoro che ci è racchiuso dentro, una caramella. Una caramella custodita come il più prezioso dei tesori che mi vuole mostrare, di cui mi vuole rendere partecipe. La mamma continua a dire grazie, le chiedo se ha bisogno di altro, riso, patate, ma mi risponde di no e mi dico che forse non ha modo di cucinare, per questo non li vuole.

Poso il carrello e vado verso la macchina con una domanda che mi fa a brandelli le viscere: come si può voltare lo sguardo dall’altra parte? Come è possibile non tendere la mano con un piccolo gesto? Come si fa a non sentire la spinta ad aiutare chi è decisamente e inequivocabilmente meno fortunato? 

Difficilmente parlo di politica ma sento che la scelta di raccontare quanto mi è accaduto è una voce che urla più politica di tanti comizi ed è prima di tutto, sopra ogni altra cosa espressione di umanità, minuta, racchiusa nel palmo di una mano e per questo preziosa, infinita, incommensurabile. Mi dico anche che pensarsi distanti, lontani, avulsi da certe condizioni di povertà e privazione è non solo stupido ma anche sbagliato: una delle tante esperienze che la pandemia dovrebbe averci indotto a fare è legata a questa precisa consapevolezza. 


Questa vicenda accade due giorni dopo aver visto un dossier su quanto sta accadendo a Lipa, al confine tra Bosnia-Erzegovina e l'europea Croazia; seicentonovantaquattro chilometri, poco più di otto ore d'auto, da dove sto scrivendo in questo momento. Rabbrividisco per il silenzio che avvolge le nefandezze a cui l'umano è capace di arrivare, nonostante la storia, oggi, nella civilissima Europa. 

L'oscurità, il buio, la cecità sono aspetti, tratti dell'umano quanto l'illuminazione, la luce e la compassione sono espressione dell'umanità. Mi piace pensare che la socialità dell'essere umano sia caratteristica capace di dire della necessità di vivere insieme agli altri, dialogare, comunicare, ma anche della possibilità di scegliere di aiutare chi è in difficoltà, chi rimane indietro, chi non ce la sta facendo. L'altro, alter e alius, che mi rispecchia, che mi (ri)chiama a quanto di più profondo mi radica alla vita che è essenziale e complesso all'un tempo, apicale e abissale, fuori ma anche, soprattutto, dentro. 

 

 

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