28 febbraio 2017

il giorno dopo l'eutanasia

Il giorno dopo vorrei dire qualcosa anch'io.
Il giorno dopo sento il desiderio di espormi su qualcosa di tanto intimo quanto lecito come il desiderio di vivere e/o morire. 
Lo faccio in virtù della libertà di espressione innanzitutto, nel rispetto della mia e delle altrui idee. 
Lo faccio in quanto cittadina italiana che si assume la responsabilità della propria vita.
Lo faccio in quanto pedagogista, ossia, professionista che ha scelto di lavorare con l'Altro, per l'Altro.
Prima alcune premesse.
Numero uno. Amo profondamente la vita, mi impegno a rispettarla in ogni sua manifestazione, la vivo appieno, godendo di ogni singolo, prezioso, irripetibile istante; la difendo e la sostengo con gratitudine e consapevolezza. Mi sento fortunata perché sono viva e perché sento forte il sentimento della vita. 
Numero due. Nonostante il retaggio cattolico e la scelta della filosofia buddista, credo di poter sostenere di essermi costruita, negli anni, una morale secolare, scevra - per quanto possibile, sganciata - per quanto ne sia cosciente, da dogmi e rigide regole pre-strutturate, suggerite, date. 
Numero tre. Il profondo e permanente lavoro avviatosi qualche anno fa concernente l'apertura all'esistenza in ogni sua forma ed espressione, mi ha permesso e mi sta permettendo di guardare e accogliere tanto la gioia quanto la sofferenza, tanto la soddisfazione quanto la frustrazione, tanto la vita quanto la morte. Per quello che sono, vale a dire allenando la sospensione del giudizio, sempre, ad ogni occasione. 
Ciò detto, vorrei dire che trovo fuori luogo giudicare la scelta di chi, sentendosi un vegetale, decide di non voler più esistere a quelle condizioni. Trovo fuori luogo giudicare la scelta di chi, nella sua facoltà cognitiva, decide che il tempo così non è più degno di essere attarversato. Trovo fuori luogo giudicare la scelta di chi, non essendo più in capacità di costruire la sua esistenza, decide di porvi fine. 
Ho fatto uno degli esercizi base per lo sviluppo del muscolo empatico: mi sono immaginata di perdere l'uso di tutto il mio corpo ad eccezione delle funzioni cognitive, alimentata artificialmente, espletando le funzioni fisiologiche artificialmente, respirando artifcialmente. Mi sono immaginata al buio dopo aver vissuto anni nella luce della primavera della mia vita. La prima sensazione che ho provato è stata di soffocamento. Ma non mi è bastato, ho fatto un passo più in là, ho immaginato di sentirmi soffocare per qualche minuto, per giorni, sempre con la speranza che venisse meno, quella mancanza d'aria. Ho insistito e mi sono immaginata al buio, invisibilmente legata, con il senso di soffocamento per settimane, mesi, poi anni. 
Non condivido la conclusione a cui sono arrivata perché non ha importanza, non è lo scopo di queste righe. Trovo che sarebbe bello se ciascuno, prima di dire, giudicare, accusare, additare, provasse a sperimentare il silenzio del rispetto di una scelta - quella di morire - raggiunta camminando nelle proprie scarpe, sul proprio sentiero, guardando il mondo e la vita con i propri occhi e non con quelli altrui. 
Mi piacerebbe che il diritto alla vita fosse visto e considerato come - anche - diritto alla morte.

Per il momento in Italia è prevista la possibilità di redigere il cosiddetto "testamento biologico" ove dichiarare a quali trattamenti sanitari non si dà autorizzazione in caso di mancata possibilità di affermare la propria volontà.
Questo uno dei link presso i quali è possibile recuperare il modulo del testamento biologico:

https://www.associazionelucacoscioni.it/cosa-facciamo/fine-vita-e-eutanasia/testamento-biologico/ 



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