04 febbraio 2017

Settimana 5/ 2017 - Sul vuoto (parte IV)

E' di nuovo sabato, il primo del mese di febbraio, e noi riprendiamo il viaggio intorno al mondo delle categorie esistenziali. Questa settimana concludiamo le riflessioni sulla categoria del vuoto che, ricordo, nelle settimane precedenti è stata guardata dal punto di vista dello spazio fisico potenzialmente generativo, poi come spazio grazie al quale la relazione diadica trova respiro, e, infine, il vuoto come non-presenza di prole o come partenza di questa verso la realizzazione della propria esistenza. 
Oggi la proposta ricade sul vuoto come non-presenza permanente, il vuoto generato dalla morte. Categoria delicata, troppo delicata per poter essere anche solo abbozzata in qualche riga. Come sempre è un invito, quello che propongo qui, a riflettere su quale è il significato della morte per ciascuno.
Possiamo dire che è dimensione della vita in quanto tale, vertigine ineluttabile, condizione imprescindibile di ciò che esiste, forse potremmo dirla, la morte, come il compimento della vita e per questo vuoto, mancanza di uno spazio che prima era pieno.
La morte allora come spazio fisico svuotato, come un abbraccio che fallisce, uno sguardo che non sa dove agganciarsi, una voce che smette di risuonare. Un vuoto che necessita di nuovi assetti, nuovi riferimenti, nuove lenti per guardare il quotidiano, l'abitudine, il domani.
Soprattutto, segno della fugacità, dell'imprevedibilità e dell'impermanenza dell'esistere, dell'esserci, a sottolineare quindi la preziosità della singolarità del momento presente, ossia occasione per "prendere coscienza del valore infinito del momento presente, del valore infinito dei momenti di oggi, ma anche del valore infinito dei momenti di domani, che saranno accolti con gratitudine come una fortuna insperata" (P. Hadot, La filosofia come modo di vivere).
A questo serve l'essere mortali, finiti, fragili, a coltivare cioè ogni istante il sentimento di gratitudine per il solo fatto di essere vivi come anche per il fatto di aver vissuto quel qualcosa che è finito, non esiste più.
Ciò vale infatti per la morte di qualcuno così come per la morte - o fine - di qualcosa,indistintamente.
La finitezza è la possibilità che abbiamo di vedere la straordinaria bellezza della vita, anche quando parla il linguaggio atroce della perdita.



 

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