E' di nuovo sabato, il primo del mese di febbraio, e noi riprendiamo il
viaggio intorno al mondo delle categorie esistenziali. Questa settimana
concludiamo le riflessioni sulla categoria del vuoto che, ricordo, nelle
settimane precedenti è stata guardata dal punto di vista dello spazio
fisico potenzialmente generativo, poi come spazio grazie al quale la
relazione diadica trova respiro, e, infine, il vuoto come non-presenza
di prole o come partenza di questa verso la realizzazione
della propria esistenza.
Oggi la proposta ricade sul vuoto come
non-presenza permanente, il vuoto generato dalla morte. Categoria
delicata, troppo delicata per poter essere anche solo abbozzata in
qualche riga. Come sempre è un invito, quello che propongo qui, a
riflettere su quale è il significato della morte per ciascuno.
Possiamo dire che è dimensione della vita in quanto tale, vertigine
ineluttabile, condizione imprescindibile di ciò che esiste, forse
potremmo dirla, la morte, come il compimento della vita e per questo
vuoto, mancanza di uno spazio che prima era pieno.
La morte allora
come spazio fisico svuotato, come un abbraccio che fallisce, uno sguardo
che non sa dove agganciarsi, una voce che smette di risuonare. Un vuoto
che necessita di nuovi assetti, nuovi riferimenti, nuove lenti per
guardare il quotidiano, l'abitudine, il domani.
Soprattutto, segno
della fugacità, dell'imprevedibilità e dell'impermanenza dell'esistere,
dell'esserci, a sottolineare quindi la preziosità della singolarità del
momento presente, ossia occasione per "prendere coscienza del valore
infinito del momento presente, del valore infinito dei momenti di oggi,
ma anche del valore infinito dei momenti di domani, che saranno accolti
con gratitudine come una fortuna insperata" (P. Hadot, La filosofia come
modo di vivere).
A questo serve l'essere mortali, finiti, fragili, a
coltivare cioè ogni istante il sentimento di gratitudine per il solo
fatto di essere vivi come anche per il fatto di aver vissuto quel
qualcosa che è finito, non esiste più.
Ciò vale infatti per la morte di qualcuno così come per la morte - o fine - di qualcosa,indistintamente.
La finitezza è la possibilità che abbiamo di vedere la straordinaria
bellezza della vita, anche quando parla il linguaggio atroce della
perdita.
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