22 giugno 2017

Cosa fa il pedagogista?

E' una domanda che spesso - quasi sempre a dire il vero - mi viene fatta quando dichiaro il lavoro che faccio.
L'impianto teorico cui fa riferimento la mia personale formazione è dato da diversi elementi che cercherò di riportare in modo chiaro e fruibile, anche per chi non è "addetto ai lavori".
Innanzitutto, il pedagogista si avvale della concezione costruttivista, secondo cui la comprensione della realtà si basa sulla disposizione e sulla capacità da parte del soggetto umano di attribuire senso agli eventi attraverso la costruzione di rappresentazioni della realtà stessa. 
In secondo luogo, con pari importanza, troviamo la teoria psicoanalitica. Essa è elemento costitutivo della formazione pedagogica poiché riconosce alla relazione primaria con la famiglia e dunque all'infanzia, al passato, un ruolo di fondamentale importanza rispetto al presente e al futuro dell'individuo. 
Altri importanti contributi teorici provengono dall'interazionismo - poiché l'essere umano vive e si costituisce di relazione; dall'ermeneutica - poiché non esiste oggettività negli accadimenti ma eventi ai quali i soggetti attribuiscono un significato, ciò significa che agli accadimenti vengono attribuiti significati mediante un'attività di tipo interpretativo, infatti "la realtà non è conoscibile come oggetto a sé stante, ma solo e sempre attraverso la mediazione interna" (Blandino, Granieri, La disponibilità ad apprendere).
Poiché il pedagogista si occupa di educazione e formazione dell'essere umano un altro elemento caratterizzante il suo lavoro è la complessità. Nel vivere, nell'esistere e nel relazionarsi esistono disordine, caos, incertezza, imprevedibilità quindi problematicità, impossibilità a definire, circoscrivere, dispiegare. 
Attraverso la relazione soggetto - pedagogista quindi si costruisce un quadro all'interno del quale viene rappresentata la realtà - composta da eventi e significati degli stessi - del soggetto.
Il pedagogista è costantemente impegnato in un oltrepassamento della trasparenza presunta, attento alle sfumature, alle contraddizioni, agli indizi, ai sintomi, alle tracce, alle residualità, alle latenze, a ciò che non viene detto. Detto con altre parole, "si tratta di decifrare il gioco dell'apparenza e di quello che ci sta dietro, di intravedere lo spazio tra il detto e il non detto, tra i significati convenzionalmente sintonizzati e alcuni degli strati pregnanti di significati ulteriori, insomma della composizione complessa delle nostre convinzioni" (M. G. Riva, Il lavoro pedagogico).
Le dimensioni che caratterizzano e fondano il lavoro pedagogico sono:
* la dimensione empirica - ossia connessa all'esperienza concreta;
* la dimensione individuale - poiché si ha a che fare con le singole persone;
* la dimensione situazionale - in quanto si sta sempre dentro a situazioni all'interno delle quali accadono episodi, storie, incontri, dialoghi.
Il lavoro del pedagogista è costituito dalla dinamicità, è un processo, un work in progress costante, incerto, tanto quanto può esserlo la vita e le pratiche educative e formative ad essa inerenti. 
Per paticare il lavoro pedagogico è di fondamentale importanza imparare a stare nell'ascolto attivo e a sospendere il giudizio. Entrambe le posture vanno costantemente allenate per diventare, nel tempo, un atteggiamento, un habitus, un'attitudine propri del pedagogista che prescindono dalla professione per divenire parte del suo modo di comportarsi e relazionarsi.

[Per approfondimenti: M. G. Riva - Il lavoro pedagogico come ricerca dei significati e ascolto delle emozioni, Guerini scientifica, 2004]

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