Oggi pomeriggio sono uscita per la consueta ora d'aria che cerco di ritagliarmi quotidianamente: monto in sella alla bici - il più delle volte - e mi addentro nel parco gigantesco che dista quattro minuti dal portone di casa. Il trasferimento qui, in prossimità del Parco Nord (il parco più grande di Milano, per chi non lo conoscesse), è stato quasi interamente deciso dalla possibilità di godere di un polmone verde a pochi passi da casa (necessità fortemente presente ancor prima del Covid, ora diventata vitale).
Sono con mio marito, entriamo dal solito varco e a poche decine di metri dall'ingresso notiamo che tutti i giochi del parchetto che vede diversi tipi di altalene, scivoli e altre strutture per bambini di varie età, sono recintati col nastro bianco e rosso: sono cioè interdetti all'utilizzo. Le altalene. Gli scivoli. Interdetti all'utilizzo. Interdetti come me di fronte ad un'immagine che mi lascia - appunto - senza parole ma con tanta, troppa, indignazione. Mi dico che tutto questo non ha senso ma ha un nome: negazione del diritto al gioco, ergo, negazione del diritto all'infanzia. E no, mi dispiace, ma di fronte a questo non posso né voglio tacere. Poco più in là gruppi di ragazzini giocano a pallone, li guardo con tenerezza, mi sento complice di questo sistema che sento profondamente ingiusto.
Nel frattempo ascolto un silenzio surreale che parla di un assenza angosciante: mancano le urla e le risate dei bambini. Che cosa è un parco cittadino senza i bambini dei quartieri che lambisce? Come possiamo chiamare un luogo triste che smette di svolgere una tra le sue funzioni primarie?
Ecco, sale la tristezza.
A questo proposito, credo che sia importante usare il lessico appropriato per definire quanto ad oggi è stato tradotto - potremmo dire anche tradito - da un linguaggio manipolatorio e subdolo. Parole che accentuano ansia, preoccupazione, angoscia, terrore da una parte e dall'altra invece edulcorano, ammorbidiscono, sfumano tutta la portata violenta e aggressiva delle decisioni che ora, più che mai, mi paiono completamente senza alcun senso. La foto sopra ne ritrae una a nome di tante altre.
Oggi, undici marzo duemilaventuno, sento la responsabilità di denunciare queste scelte volte alla negazione dei diritti elementari sanciti in tutti i protocolli stilati a difesa e tutela dei minori. Mi indigno e mi dissocio con la speranza che associazioni di categoria indicano quanto prima una qualsiasi forma di protesta per sollecitare e stimolare l'attenzione sulle gravi conseguenze psicologiche ed emotive che questi provvedimenti stanno causando nei bambini e negli adolescenti.

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