Questa settimana vi propongo una riflessione che durerà qualche
settimana sullo spazio vuoto, sulla dimensione della non presenza,
sull'assenza, sulla mancanza.
Nell'immensità delle sfumature a cui
questo argomento rimanda, questa settimana partiamo dal vuoto dei
primordi della vita, quello che sperimentiamo appena concepiti.
Approfitto delle parole di Ivano Gamelli per districarmi, almeno in
parte, dalla complessità senza fine del significato al quale voglio far
riferimento.
Il testo a cui mi appoggio è "Pedagogia del corpo" e si apre come segue:
'Nei giorni successivi al concepimento, l'embrione, un insieme di
piccole cellule ammassate e derivate dalla prima cellula-uovo fecondata,
si presenta nella forma indecifrabile di una struttura piena. Dopo
circa una settimana, si crea al suo interno un "vuoto", rivestito da una
sorta di primitiva pelle e tappezzato da una superficie epiteliale.
Manmano che procede nel suo sviluppo, l'embrione si divide in una zona
inferiore semisferica piena e una superiore cava: quest'ultima è detta
cieloma, cioè cavità del cielo. E' il primo cielo sulla prima terra! E'
proprio sulla linea di confine fra le due zone, tra questo cielo e
questa terra, che prende forma l'abbozzo vero e proprio dell'embrione:
"l'uomo sta tra il cielo e la terra" amavano dire i saggi cinesi negli
antichi testi tradizionali, e rappresentavano appunto l'uomo con la
sommità del capo cava, aperta verso l'alto.
Questa cavità che
racchiude il cielo dell'embrione non comunica con l'esterno (il resto
del cielo): l'embrione non respira ancora. Il suo stesso intestino non
si nutre al di fuori del suo sistema: respira e si alimenta grazie al
sangue placentare materno, attraverso l'ombelico, legame essenziale con
il mondo.
L'embrione dipende dal suo sangue e da quello della
madre; il suo sangue, prima fonte di vita nel corpo e del corpo, già
pulsa a distanza di pochi giorni dal concepimento e il suo cuore batte
dopo alcune settimane appena.
Circondato e protetto dall'acqua, il
bambino cresce nel grembo materno, mentre l'acqua intorno a lui
diminuisce l'esistenza del mondo esterno - la forza di gravità, il
respiro della mamma, il calore, i movimenti, i suoni e i rumori -
diventa ogni giorno più evidente.
Ma per quanto lo spazio uterino
diminuisca, quel vuoto, il cieloma iniziale, è sempre lì, presente e
potenzialmente attivo. Si è anzi dilatato, accumulando una pressione
interna negativa - una depressione - come se dall'esterno si fosse
gonfiato un pallone elastico. Questo vuoto espanso tende inerzialmente
alle sue dimensioni originarie, attirando verso di sé le pareti che lo
racchiudono, che sono (anche) quelle dei polmoni, i quali,
parallelamente alla maturazione elastica tessutale, manifestano un
incremento della loro tendenza dilatatoria.
Il vuoto vorrebbe
ritornare alla sue origini e per questo induce le pareti polmonari a
dilatarsi verso il rigido torace. Un pò di liquido amniotico penetra
nelle vie respiratorie aeree del bambino, senza soffocarlo, perché egli
ancora respira attraverso l cordone ombelicale. Ma non per molto. QUando
l'acqua avrà esaurito il suo compito, la madre avrà nutrito il figlio,
il sangue lo avrà reso vivo, il cielo all'esterno si farà sentire e
premera perché finalmente il piccolo esca all'aria...
Il bambino
nasce e vive grazie all'aria che respira da solo. Nel tempo,
accomapgnato dalla sua mamma, scoprirà di ptersi alimentare
autonomamnete anche dalla nuova madre-terra; ma arriverà anche a
dimenticarsi di quel vuoto che originariamente ha richiamato l'aria nei
suoi polmoni, Il vuoto che lo ha spinto a respirare e a nascere. Il
vuoto dentro di noi.'
Per ri-pensare la mancanza, lo spazio vacuo.
Per vederne aspetti diversi da quello privativo e/o negativo.
Per ri-leggere la punteggiatura dell'assenza.
Da soli, oppure insieme.
La prossima settimana ci dedicheremo alla distanza nella diade, ossia allo spazio vuoto che rende possibile l'approssimarsi.
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