06 maggio 2017

Sul coraggio

Alcune settimane fa avevo accennato ad una riflessione come elogio alla paura e così, oggi, con notevole ritardo rispetto a quanto avrei desiderato, butto giù qualche parola che possa essere d'aiuto nella considerazione della categoria del coraggio. 
No, non mi sono sbagliata, volevo dire proprio coraggio. L'elogio della paura partiva da qui, dall'idea di dare una forma, una identità al coraggio, in un periodo in cui personalmente mi trovo a fare spesso i conti con queste due categorie profondamente correlate, intrecciate, annodate tra loro. 
"Casualmente" alcuni giorni fa, leggendo Il tempo delle emozioni di Aldo Carotenuto, mi sono imbattuta su pagine decisamente interessanti a questo proposito. Ve ne propongo alcuni passaggi nei quali riconosco i tratti del mio pensiero, tratti caratterizzati da una visione dell'uomo come essere vivente fallibile, finito, portatore di errore, capace di fragilità. 
"La consapevolezza che ognuno nutre circa la presenza di un 'altro' sconosciuto e ignoto è la molla che fa scattare il processo cognitivo superiore, ovvero la capacità di filtrare l'essenza della vita che, dal canto suo, si nasconde dietro le barriere dell'apparenza.  
Proprio questa dimensione oscura alberga nell'immaginario collettivo degli individui suscitando ansie e timori, e la paura di varcare la soglia del familiare si fonde con il desiderio di acquisire una trasparenza del mondo. 'Già Aristotele aveva capito che l'uomo coraggioso non si distingue perché non ha paura, ma perché si comporta come se non avesse paura' (A. Heller, Teoria dei sentimenti, 1980). [...] il sentimento della paura e della speranza si intrecciano insieme in una matrice psicologica che spinge il soggetto a intraprendere un dialogo con se stesso, al fine di trovare la luce risolutrice ai suoi numerosi interrogativi. L'introspezione si rivela così l'unica arma capace di rischiararci dallo stato confusionale e denso di terrore che l'impatto con una situazione avversa ci ha provocato, e il coraggio di procedere alla ricerca della verità deriva proprio dal superamento ed elaborazione del vissuto emozionale della paura. 
'Il coraggio, pertanto, nasce proprio dalla conoscenza della paura e dalla capacità di dominarla, mantenendo entro gli argini del controllo razionale la sua carica eversiva, ma comunque vitale' (A. Carotenuto, Vivere la distanza, 1998). L'angoscia deve essere vissuta come il segnale di una futura rinascita, di un risvegliarsi alla vita, conquistando un nuovo orizzonete conoscitivo.
[...] Avere il coraggio di seguire strade diverse da quelle finora percorse impèlica una sorta di trasformazione interiore, la quale si concretizza nella possibilità di realizzare un colloquio con se stessi, abbandonando i punti d'appoggio che la vita collettiva ci fornisce. 
[...] nelle streme difficoltà si palesa l'essenza dell'individuo, la sua Ombra che, in caso contrario, rimarrebbe nascosta e sopita nella profonda intimità, sconosciuta."

Tutto questo per dire che:
* la paura è emozione e dimensione del vivere ineludibile ed inevitabile;
* la paura è ciò che serve a far emergere quella parte di sè che solitamente non si esprime perché tenuta sotto controllo;
* la paura è ciò che rende possibile la conoscenza, l'espressione e quindi la trasformazione della propria Ombra (ossia di tutto ciò che non è stato possibile vivere, ciò che non è stato scelto pur avendolo desiderato tanto, nonché tutti quegli aspetti socialmente non accettati, ripudiati, quindi censurati che comunque ci abitano e - inconsciamente - agiamo, le emozioni non ascoltate, le parole ferite, le umiliazioni, i rancori, etc;
* la paura è la punta capace di scardinare la cassaforte dove solitamente viene riposto il coraggio, in quanto dà la possibilità di "esperire una condizione esistenziale oscillante, per la quale il vissuto emotivo della paura si pone come il motore di avvio di una intima ricerca psichica che ci mette a confronto con l'ignoto, il perturbante che regna nell'inconscio di ogni individuo" (A. Carotenuto, Il tempo delle emozioni);
* la paura è dunque la conditio sine qua non  per poter usare coraggio.

Infine, il coraggio è, nella mia mappa categoriale, 
la volontà di provare 
il desiderio di abbracciare la probabilità di perdere l'equilibrio 
l'apertura al possibile 
la capacità di credere. 

Per poter essere coraggiosi quindi non ci resta che vedere, ammettere di essere anche, necessariamente, timorosi, spaventati, angosciati. 
Potremmo dire anche sulla paura del coraggio e sul coraggio della paura, ad esempio, per giocare un pò. Della prima, la paura del coraggio, si potrebbe banalmente dire che molto frequentemente ci si sente a proprio agio nella propria sofferenza, la si conosce e la si ri-conosce, motivo per cui, per quanto si tenti di allontanarla, in realtà la si mantiene viva dentro di sé, fuggendo da un orizzonte possibile tramite l'esercizio del coraggio. Sul coraggio della paura invece mi viene in mente la spinta alla sopravvivenza, alla vita, il superamento dell'angoscia per vivere ancora, lo sbilanciamento pur di camminare altrove, andare, pro-cedere. 






 


 

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